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Le preghiere di Yeshua: il respiro dell'amore eterno

28 ottobre 2025 di
Le preghiere di Yeshua: il respiro dell'amore eterno
Giusy Conforto
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Introduzione

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio; essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta (Giov. 1,1-2)

Per comprendere la vita di preghiera di Yeshua, occorre risalire oltre il tempo e lo spazio, là dove tutto ha avuto origine. Prima della creazione, prima della nascita a Betlemme, prima ancora che fosse chiamato Messia, la Parola esisteva da sempre presso Dio. Yeshua non è una creatura sorta in un momento della storia: Egli è l’eterno Figlio, preesistente e consustanziale al Padre.

La Trinità non è una teoria astratta, ma una comunione viva di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questa relazione eterna è dinamica, come una danza divina di dono reciproco, di onore e di gloria condivisa. È in questo orizzonte eterno che si comprende la preghiera di Yeshua: essa non nasce dal bisogno umano, ma dalla comunione eterna che unisce il Figlio al Padre.


Il cuore del mistero. Perché Yeshua, essendo Dio, pregava Dio?

Ora, o Padre, glorificami Tu presso di Te della gloria che avevo presso di Te prima che il mondo esistesse (Giov. 17,5)

In questa preghiera Yeshua rivela ciò che era invisibile agli occhi umani ma reale nei cieli: la gloria eterna condivisa con il Padre. Egli non iniziò ad esistere in una stalla, ma l’incarnazione fu il Suo ingresso nel tempo, la manifestazione visibile di Colui che da sempre è. Il Figlio è eterno come il Padre, divino come il Padre, glorioso come il Padre; e tuttavia distinto da Lui. È in questa distinzione nella comunione che si comprende il mistero delle preghiere di Yeshua. Pregando, Egli non fingeva umiltà, ma portava nella Sua perfetta umanità la comunione eterna che esiste da sempre nel seno della Trinità.

La Lettera agli Ebrei dice:

Il Figlio, essendo lo splendore della gloria di Dio e l’immagine espressa del Suo essere, sostiene tutte le cose con la parola della Sua potenza; dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi celesti (Eb. 1,3)

Colui che pregava all’alba in Galilea è lo stesso che sostiene l’universo. La preghiera di Yeshua non è un atto di debolezza, ma l’espressione perfetta dell’amore trinitario vissuto nella carne.

Quando Yeshua si fece uomo, la preghiera divenne per Lui una necessità reale: il Figlio che sosteneva i cieli divenne dipendente dal Padre. Ebbe fame, sete, stanchezza e solitudine, ma in ogni situazione cercò il volto del Padre. In questo si manifesta la Sua obbedienza volontaria: non l’uso della potenza divina, ma la fiducia perfetta nella volontà del Padre.

Egli, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò sé stesso prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce» (Flp. 2,6-8)

Yeshua non cessò di essere Dio: si spogliò per amore, assumendo la piena vulnerabilità dell’umanità. Le Sue preghiere non furono una concessione divina in un momento di fragilità, ma una disciplina santa, la via scelta dal Figlio per camminare tra gli uomini nella totale dipendenza dal Padre.

Yeshua si ritirava nei luoghi solitari non per abitudine, ma per desiderio. In ogni respiro ritrovava nel Padre la propria origine, la chiarezza e la forza per compiere la missione. Lontano dal rumore delle folle, Egli tornava al silenzio del Cielo, dove l’amore eterno trovava voce nel dialogo segreto della preghiera.


Conclusione

Nella preghiera di Yeshua si rivela il senso più profondo della fede: l’amore che si dona. Il Figlio non pregava per ottenere qualcosa, ma per rimanere unito a Colui da cui tutto procede. La Sua vita di preghiera è la traduzione terrena dell’amore eterno del Padre. Ogni parola pronunciata, ogni notte trascorsa in solitudine, ogni sguardo al cielo erano l’espressione visibile di un legame invisibile.

Yeshua ci insegna che la preghiera non è una fuga, ma un ritorno; non un dovere, ma un respiro. Pregare significa ritrovare il centro nell’amore del Padre, dove l’anima smette di chiedere e comincia ad adorare.

Chi guarda a Yeshua orante comprende che la vera forza non nasce dall’autosufficienza, ma dalla dipendenza amorosa da Dio. Le Sue preghiere ci insegnano che la comunione con il Padre non è un privilegio dei santi, ma la vocazione di ogni credente. È l’amore che parla con l’Amore. In quel respiro silenzioso del Figlio, anche la nostra preghiera trova voce: non come formula, ma come relazione. E in quell’unione, il cuore dell’uomo impara a vivere ciò che Yeshua ha sempre vissuto: la gioia perfetta di essere uno con il Padre.

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