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Parashat Bemidbar (Num. 1,1–4,20)

Dal deserto al giardino
13 settembre 2025 di
Parashat Bemidbar (Num. 1,1–4,20)
Marco Manitta
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Introduzione

Il deserto, nella Scrittura, assume molteplici significati simbolici e spirituali, attraverso i quali Dio mette l’uomo alla prova, trasformandolo in un’occasione di crescita interiore e di incontro con Lui. La parashah Bemidbar (in italiano «nel deserto») offre alcuni esempi eloquenti di questo tema.

Il deserto è percepito come un luogo arido e privo di vita, senza acqua né cibo. Eppure, nella Scrittura, non è soltanto una realtà geografica: esso può rappresentare uno spazio isolato e nascosto, lontano dai riflettori, dove l’uomo è chiamato a confrontarsi con i propri limiti e a riconoscere la propria totale dipendenza da Dio. È proprio nel deserto che Dio mette alla prova il cuore dell’uomo per rivelarne le intenzioni e per verificare se osserverà i Suoi comandamenti (Deut. 8,2). Lo scopo ultimo di questa esperienza è sempre educativo: insegnare che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di tutto ciò che procede dalla bocca di Dio (Deut. 8,3).

Poiché Dio è Colui che provvede al nutrimento dell’uomo, il deserto diventa il mezzo attraverso cui Egli parla, rivela, istruisce e trasforma. Tuttavia, esso non deve essere considerato come la condizione definitiva dell’esistenza: Dio stesso accompagna il Suo popolo lungo il cammino, affinché non rimanga a morire nel deserto, ma ne esca rinnovato. Per questo, nonostante richiami ostilità e durezza, il deserto si rivela come un’opportunità di trasformazione, rinnovamento e rinascita per chi si lascia plasmare da Dio. 


Parashah (Num. 1,1-4,20)

Censimento istutuito da YHWH dei figli d’Israele e il suo significato profondo

Nel secondo anno dall’uscita dall’Egitto, Mosè, su ordine di YHWH, istituisce il primo censimento dell’intera comunità dei figli d’Israele. Viene contato ogni maschio dai vent’anni in su, idoneo a partire per la guerra (Num. 1,2-3). Ogni famiglia viene disposta in un ordine preciso attorno al Tabernacolo. I Leviti, invece, ricevono un censimento separato, poiché il loro compito riguarda esclusivamente il servizio legato al Tabernacolo; per questo essi si trovano più vicini alla struttura sacra (Num. 1,47-53). Essendo stabilito non da un uomo, ma da YHWH stesso, questo censimento possiede un significato profondo, teologico e spirituale.

Se si rappresentasse graficamente la disposizione delle tribù secondo l’ordine stabilito da YHWH, emergerebbe una forma che ricorda una croce, con il Tabernacolo al centro. Esso costituisce il cuore pulsante, la presenza e la dimora stessa di Dio in mezzo al Suo popolo (Es. 29,45-46; Giov. 1,14). Le varie disposizioni convergono verso il Tabernacolo, che simboleggia la persona e l’opera di Yeshua. Tutto è orientato a Lui ed è strettamente legato alla Sua presenza.

Il censimento, istituito per volontà di YHWH, sottolinea la comunione costante e la fiducia tra Dio e il Suo popolo in vista della conquista della Terra Promessa. Da un lato, servì a contare gli uomini abili alla guerra e a preparare l’organizzazione militare necessaria; dall’altro, mise in risalto il valore di ogni persona. Essere contati significa riconoscere che ciascun individuo ha importanza davanti a Dio, che ogni membro è prezioso ai Suoi occhi e che ognuno riceve un compito specifico per il buon funzionamento dell’intera comunità. Infine, il censimento riflette l’ordine divino che regola la vita del Suo popolo.


Haftarah (Os. 2,1-22)

Israele idolatra, da figli di prostituzione, restaurati in figli della promessa

Israele, assimilatosi ai popoli pagani, ha più volte tradito il suo Dio compiendo idolatria. Attraverso il profeta Osea – il quale, per comando divino, aveva sposato una prostituta – Dio esprime al Suo popolo ormai idolatra, non più «figli di Dio» ma «figli di prostituzione», il Suo dolore e la Sua ira. Ciò che avrebbe dovuto essere una comunione fondata sulla fedeltà e sull’amore, un’avodah tamid, cioè un servizio perpetuo e santo, si è trasformato in separazione, avodah zarah (servizio malvagio, idolatria), simboleggiata dal deserto.

Il deserto, come segno dell’infedeltà, diventa così lo strumento attraverso cui Dio richiama il Suo popolo a tornare sui propri passi, conducendolo a fare teshuvah – tornare alla retta via – e a riconoscere che solo YHWH può garantire prosperità, abbondanza e protezione dai nemici.

La promessa di restaurazione e riconciliazione assume un valore profetico ed escatologico: in quel giorno, alla fine dei tempi, Israele, riconoscendo Yeshua come il Messia, lo Sposo, Lo invocherà dicendo: «Marito mio» (Os. 2:16). 


Besorah (Mt. 4,1-17)

Tentazione di Yeshua, l’esempio perfetto da imitare

Yeshua, dopo il Suo battesimo nel Giordano, fu condotto dallo Spirito Santo nel deserto (Mt. 4,1). In questo contesto, il deserto rappresenta il luogo della tentazione, dove il diavolo mise Yeshua alla prova. Egli vinse (4,11), non facendo leva sul Suo essere Dio, ma affrontando la prova come uomo obbediente fino alla morte (Flp. 2,5-8). Yeshua sperimentò le stesse tentazioni che viviamo noi, condividendo il peso della condizione umana (Eb. 4,15).

Egli ci mostra che la Sua fiducia e comunione con il Padre erano totali e che Dio non lo avrebbe provato oltre le Sue possibilità (1 Cor. 10,13). Il nostro Signore testimonia che, se restiamo fedeli a Dio e obbediamo alle Sue istruzioni, anche nel pieno del deserto – ossia nelle prove della vita – riceviamo, per mezzo del Suo Spirito, la forza di resistere e di trovare una via d’uscita.

Un esempio chiaro è in Mt. 4,4: citando Deut. 8,3, Yeshua non solo risponde al diavolo che lo spingeva a trasformare le pietre in pane, ma dimostra concretamente la Sua fiducia nel Padre, certo che sarebbe stato Lui a provvedere al Suo nutrimento. In questo modo Yeshua ci ha lasciato un modello di come affrontare e vincere le nostre battaglie spirituali: rimanendo saldi nella Parola di Dio. 


Conclusione

Dalle tre porzioni possiamo trarre tre insegnamenti fondamentali:

  1. Il Signore ci prepara e ci forma nel deserto affinché siamo un Corpo unito, dove ogni membro della comunità è prezioso ai Suoi occhi. A ciascuno viene affidato un compito specifico per il buon funzionamento dell’intera comunità, ruolo che lo Spirito Santo distribuisce attraverso i doni spirituali, secondo la Sua volontà.
  2. Il deserto può rappresentare l’infedeltà dovuta all’idolatria, che conduce inevitabilmente all’allontanamento da Dio. Tuttavia, questo allontanamento ha sempre un fine educativo: spingerci al ravvedimento, affinché possiamo riconciliarci con Lui.
  3. Il deserto raffigura il luogo della tentazione. Yeshua ne è uscito vittorioso, superando le prove del diavolo e offrendo l’esempio perfetto di comunione e fiducia nel Padre. In questo modo ci ha mostrato come affrontare e vincere il combattimento spirituale.

Pertanto, il deserto – segno della prova – può essere superato soltanto confidando totalmente in Dio e obbedendo alle Sue istruzioni. Nonostante richiami ostilità e durezza, esso diventa un’opportunità di trasformazione, rinnovamento e rinascita.

Concludo con l’esortazione del profeta Geremia (17,5-8): non essere come un tamerisco nel deserto, che cerca di sopravvivere confidando nell’uomo o nelle proprie forze, perché così facendo la tua vita rimarrà sterile e infruttuosa. Piuttosto, confida nel Signore e poni la tua fiducia in Lui: sarai come un albero piantato lungo l’acqua, che stende le radici verso il fiume. Non temerai quando arriverà la siccità – condizione tipica del deserto – ma continuerai a dare frutto, segno di una vita benedetta e prospera grazie alla fede in Dio. Non temere dunque, ma abbi fede: il deserto si trasformerà in un pardes, un giardino, luogo di ristoro e di pace dalle tue fatiche.


Ascolta la parashah di Daniele del 19/05/2023


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