Introduzione
Questo articolo ci introduce in un affresco biblico ricco di significati spirituali e teologici, incentrato sulla presenza di Dio in mezzo al Suo popolo. Attraverso la costruzione del tabernacolo, la preparazione dei paramenti sacerdotali e le disposizioni cultuali, emerge il desiderio profondo del Signore di abitare tra gli uomini, ma anche la necessità imprescindibile di purezza, ordine e obbedienza per accostarsi alla Sua santità. Le immagini rituali dell’Esodo e di Ezechiele si fondono con l’adempimento messianico nella vita di Yeshua, che si offre come sacrificio perfetto e definitiva via d’accesso alla comunione con il Padre. Ciò che un tempo era prefigurato nelle liturgie sacerdotali e nei sacrifici ripetuti, oggi trova compimento nell’opera redentrice del Messia, rendendo il credente stesso un tempio vivente, chiamato a vivere in santità e in attesa della glorificazione finale.
Parashah (Esodo 39,27-29.32; 40,16.33-34)
Vestiti per la Gloria
L’intero popolo d’Israele dimostrò una straordinaria ubbidienza e disponibilità nella costruzione del tabernacolo, mosso dal desiderio che Dio potesse davvero abitare in mezzo a loro (Es. 39,32; 40,16.33-34).
Dopo aver preparato con attenzione tutti i materiali necessari, ogni oggetto venne ordinato e realizzato secondo le istruzioni divine. In seguito, furono confezionati i paramenti sacri per i sacerdoti. I quattro colori utilizzati – porpora, scarlatto, bianco e violaceo – simboleggiano diverse sfaccettature della gloria del Messia:
- la porpora richiama la regalità (Ap. 19,16);
- lo scarlatto rappresenta il servo sofferente (Is. 53,5);
- il bianco simboleggia la purezza e l’assenza di peccato (Eb. 7,26);
- mentre il violaceo indica la sua origine celeste come Figlio di Dio (Giov. 3,13).
- I fili d’oro intrecciati nei tessuti richiamano la Sua natura divina (Ap. 1,13-14).
Sotto le vesti di onore e splendore, i sacerdoti indossavano tuniche di lino (Es. 39,27-29). Questo ci parla di un principio spirituale profondo: Dio riveste prima il peccatore pentito con la Sua giustizia (Is. 61,10), e solo dopo, alla venuta gloriosa di Yeshua, lo rivestirà di gloria (Rom. 8,30; 2 Cor. 5,1-5). La glorificazione, dunque, è sempre preceduta dalla giustificazione.
Una volta completata la costruzione del tabernacolo, il peccato non ha più l’ultima parola sulla storia della redenzione. Tuttavia, quando la Gloria di Dio scese e riempì la dimora, nemmeno Mosè, il mediatore scelto, poté accostarsi (Es. 40,34-35).
È in questo contesto che il libro dell’Esodo introduce naturalmente il Levitico: la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo richiede un continuo e rigoroso ministero sacerdotale di espiazione (Lev. 1,1-4). Il perdono, infatti, non è mai a buon mercato: richiede sempre un prezzo, un sacrificio, una mediazione (Eb. 9,22).
Haftarah (Ezechiele 45,16—46,18)
Ordine e purificazione per l'adorazione
Il santuario doveva essere purificato secondo le prescrizioni divine, e il settimo giorno del mese spettava al popolo sottoporsi anch’esso a un rito di purificazione, per i peccati commessi per errore o per ignoranza. Solo così sarebbe stato reso idoneo ad avvicinarsi a Dio in adorazione (Ez. 45,18-20). Questi sacrifici prefiguravano il sacrificio perfetto e completo del Messia Yeshua (Eb. 9,11-14).
Dopo aver delineato le principali festività dell’anno religioso d’Israele, il profeta Ezechiele stabilì anche regole dettagliate per il culto quotidiano: sacrifici regolari per lo Shabbat e il novilunio, comportamenti appropriati, e le modalità delle offerte da parte del popolo nel contesto del santuario (Ez. 45,21-25; 46,1-15).
Infine, Ezechiele rivelò come il popolo doveva radunarsi in modo ordinato davanti al Signore. L’accesso al santuario era consentito solo da due direzioni: nord e sud. Gli adoratori dovevano entrare e uscire secondo un percorso preciso, a indicare che Dio è un Dio di ordine e desidera che anche l’adorazione si svolga con ordine e riverenza (Ez. 46,8-9; 1 Cor. 14,33,40).
Besorah (Luca 22,1-13)
Preparativi per la Pesach: obbedienza e profezia
La festa di Pesach si avvicinava, e intanto i capi sacerdoti e gli scribi tramavano incessantemente un piano per uccidere Yeshua. Alla fine, riuscirono nel loro intento, servendosi di Giuda Iscariota, che per trenta monete d’argento tradì il suo Maestro, consegnandolo nelle mani dei nemici (Lc. 22,1-6; Mt. 26,14-16).
In questo clima di tensione e tradimento, Yeshua incaricò Pietro e Giovanni di preparare la Pesach. Le Sue istruzioni furono precise e sorprendenti: entrando in città, avrebbero incontrato un uomo che portava una brocca d’acqua, il quale li avrebbe condotti alla casa dove celebrare il Seder (Lc. 22,7-13). Questo particolare è insolito, poiché in quel contesto culturale trasportare acqua era un compito riservato solitamente alle donne.
L’uomo con la brocca, perciò, diventa un segno profetico, un’immagine simbolica dello Spirito Santo che guida le anime al luogo della comunione con il Signore. In un momento in cui l’oscurità si faceva più intensa, Yeshua dimostrava ancora una volta di essere pienamente consapevole di ogni dettaglio, orchestrando ogni cosa secondo il disegno del Padre.
Conclusione
Ogni passo della Scrittura è non solo teocentrico, ma profondamente cristocentrico: tutto ruota attorno a Dio e trova il suo compimento nel Messia, Yeshua (Lc. 24,27; Giov. 5,39).
Fin dall’inizio, Dio desiderò ardentemente abitare e regnare in mezzo al Suo popolo (Es. 25,8). Ma la Sua presenza, essendo santa, richiedeva obbedienza e purezza. Per accostarsi a Lui, era necessario purificarsi attraverso sacrifici di espiazione (Lev. 16,30). Questo desiderio divino si realizza pienamente in Yeshua: Egli è l’Emmanuele, Dio con noi (Mt. 1,23), il cui sacrificio ha abolito per sempre la necessità dei sacrifici animali (Eb. 10,10-14).
Il Suo sangue non solo perdona e purifica, ma cancella definitivamente il peccato di chi si pente sinceramente (1 Giov. 1,7; Eb. 9,26). Egli ci riveste della tunica della giustizia (Is. 61,10), rendendoci accetti davanti al Padre. Per mezzo dello Spirito Santo, ora Dio dimora nel cuore del credente (1 Cor. 3,16), trasformando il nostro corpo in una dimora santa per Lui (Ef. 2,22).
A noi è richiesto di vivere in ubbidienza, perseveranza e amore per la Sua Torah perfetta (Giov. 14,15; Rom. 8,4), nell’attesa di quel giorno glorioso in cui, alla veste di lino della giustificazione, si aggiungerà l’abito eterno della gloria (Ap. 19,8; 2 Cor. 5,1-4).
Un tempo, la presenza di Dio camminava con Israele attraverso l’arca del patto (Num. 10,33-36); oggi, per mezzo di Yeshua, quella stessa presenza è con noi e dentro di noi, fino al giorno in cui lo vedremo faccia a faccia e dimoreremo con Lui per sempre (Ap. 21,3; 1 Giov. 3,2).
Ascolta la parashah di Daniele Salamone (11/03/2023)