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Tempo spazio e compimento (seconda parte)

Il tempo come strumento pedagogico di Dio per regolare la vita del Suo popolo
25 marzo 2026 di
Tempo spazio e compimento (seconda parte)
Marco Manitta
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Introduzione 

Con il primo articolo della serie abbiamo presentato, in linea generale, la visione fisica e biblica del tempo. Abbiamo visto che non vi è necessità di conflitto tra le due prospettive, poiché scienza e fede operano su piani differenti. Mentre la fisica descrive la struttura fisica del tempo nel cosmo e non designa alcun fine ultimo, la Scrittura ne rivela il significato teologico, nella quale il tempo è proiettato verso un compimento redentivo e assume una funzione pedagogica. 

In questo secondo articolo della serie ci concentreremo su questo aspetto cruciale. Una vita centrata sulla fede in Yeshua può aiutarci a uscire dal ritmo frenetico del mondo e a entrare nel tempo stabilito da Dio, arricchendo profondamente la nostra vita e dandole senso e direzione verso il Messia, fine ultimo di tutta la rivelazione biblica (Gal. 4,4). 


L’ordine divino del tempo nella creazione 

Ora, tenendo presente la diversità di prospettiva tra fede e scienza, pur condividendone alcuni aspetti – come l’inizio e la direzione del tempo – entriamo nel vivo della narrazione biblica partendo dal testo in cui è descritta la creazione in Genesi 1. Qui vediamo che Dio crea il cosmo dal nulla per mezzo della Sua Parola: «E Dio disse» (v. 3). La Parola è protagonista e creatrice del cosmo e anche lo Spirito di Dio è presente e operante nella creazione (v. 2). 

Nel racconto riscontriamo un ordine ben chiaro, espresso dalla ripetizione della formula:

E fu sera e fu mattina: primo giorno, secondo giorno, terzo giorno.

Questo tempo non va inteso, tuttavia, come puramente cronologico, ma come tempo liturgico e teologico, distinto dalla prospettiva scientifica, dove si conta in tempi astronomici, in milioni o miliardi di anni. Il tempo in sé viene istituito nei versetti 14-18 con le luci date dal sole, dalla luna e dagli astri posti da Dio stesso nel firmamento, che non servono soltanto a dare luce, ma anche a segnare tempi stabiliti (mo’edim), giorni e anni. 

Pertanto, il tempo non è casuale, ma è strutturato da Dio fin dalla creazione. Il ritmo del giorno e della notte (o meglio, della sera e della mattina), le stagioni e i cicli cosmici rappresentano già una prima forma di pedagogia divina. Attraverso questi ritmi l’uomo è educato a vivere dentro l’ordine stabilito dal Creatore e a non rimanere nel caos o nell’indefinito senza un fine. 

Dopo il culmine della creazione dell’uomo nel sesto giorno, Dio benedice e santifica il settimo giorno, istituendo il giorno di riposo. Questo è il primo “tempo santificato” della Bibbia (Gen. 2,1-3). Dio non solo benedice lo spazio della creazione, ma santifica anche il tempo, distinguendolo dagli altri giorni e conferendogli un significato particolare.  

Esso diventa un luogo d’incontro con Dio, in cui l’uomo è invitato a riconoscere limiti, ritmi e finalità. In questo modo, esso si configura come Suo strumento educativo nella formazione della vita umana. Imparare a vivere secondo i ritmi stabiliti dal Signore implica entrare in armonia con il Suo piano e ricevere istruzione spirituale attraverso la quotidianità. 


La pedagogia del tempo nella Torah 

Questo ordine stabilito da Dio non si esaurisce con la creazione, ma continua a svilupparsi nella storia del Suo popolo. L’evento dell’esodo può essere visto come una colonna portante, poiché segna l’inizio di una nuova fase della storia, nel quale possiamo ricavare una comprensione più profonda della tematica.

Il popolo si trova dapprima sotto la schiavitù in Egitto, un tempo di oppressione e di attesa. Dio interviene liberandolo attraverso Mosè. Dopo la liberazione, Israele attraversa il cammino nel deserto, un periodo di prova e di formazione durato quarant’anni. In questo tempo il popolo riceve la Torah, che diventa istruzione e guida della sua vita, fino a giungere in 'eretz Ysrael, la Terra Promessa, che è il compimento di una promessa che Dio aveva fatto ai padri precedentemente. Il fine ultimo del tempo nel deserto è diventare un popolo ordinato secondo Dio a vivere nella terra che Egli ha preparato per loro ed essere luce per i popoli circostanti. 

La schiavitù in Egitto, dunque, dev'essere considerata come periodo in cui il popolo era costretto a lavorare incessantemente per servire il faraone. Israele era imprigionato nel ritmo duro e continuo della produzione dei mattoni, senza spazio per il riposo, per la famiglia o per il culto del proprio Dio.  

Ma Dio prepara un piano di salvezza per il popolo tramite Mosè. Mentre il popolo si trova ancora in Egitto, nell’ultima piaga, Dio istituisce la Pesach, che significa “passare oltre” (Es. 12,1-30). Questo passaggio segna non solo la liberazione dalla schiavitù, ma anche l’ingresso nella libertà del tempo, dove Israele smette di servire il faraone (il falso dio) e inizia a vivere sotto il vero Dio, loro Signore. Il sangue dell’agnello, il pane azzimo e le erbe amare insegnano obbedienza, purità e memoria della sofferenza, mentre il divieto del lievito simboleggia la vigilanza contro il peccato. Così Dio mostra che la vera libertà non è anarchia, ma vivere sotto la Sua guida. Egli è Padre e non tiranno, che insegna a usare il tempo come dono sacro per crescere nella fede, nella vita comunitaria e nella comunione con il loro Dio.


Per questo motivo, una delle prime lezioni che Dio insegna al popolo dopo la liberazione riguarda il riposo. Durante il cammino nel deserto Dio introduce lo Shabbat attraverso un atto concreto: il dono della manna (Es. 16,22-30). Qui Israele impara che nel sesto giorno si raccoglie una doppia porzione di manna, mentre nel settimo giorno non si lavora.  

Successivamente, con la consegna della Torah sul monte Sinai, lo Shabbat diventa comandamento della Legge (Es. 20,8-11). Il sabato viene stabilito come giorno di riposo per tutti, ebrei e non ebrei "innestati", diventando segno dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo. In questo modo il sabato educa Israele a non rimanere schiavo della produzione e a non ridurre la vita al solo lavoro. L’uomo non vive per lavorare, ma per riconoscere Dio come fonte della vera provvidenza. Il riposo settimanale non serve soltanto a recuperare le forze, ma anche a dedicare tempo al Signore, alla comunione familiare e alla vita comunitaria. 

Bisogna, dunque, considerare la Torah non come una serie di comandamenti fine a sé stessi, imposti da Dio per opprimere il popolo. Israele doveva piuttosto reimparare a vivere, ovvero essere educato ad avere una vita sociale ordinata, a rispettare i ritmi e i cicli naturali e a dipendere dal proprio Dio. La Torah non era solo Legge ma trasformazione del cuore secondo il cuore di Dio. 

In questo modo il popolo imparava a essere santo (che non significa "impeccabile"), cioè appartato per Dio, chiamato a servirLo non come serviva il faraone sotto la schiavitù. Ogni comandamento riguardante i mo’edim, il ritmo cultuale, la vita sociale e i cicli della semina e del raccolto era ordinato e orientato affinché il popolo potesse vivere in armonia sia con Dio sia con gli altri e con la natura.

Nel quotidiano, i sacrifici servivano non solo a espiare i peccati, ma a mantenere viva la comunione con Dio. A livello settimanale, lo Shabbat insegnava il riposo e il vivere senza cercare profitto. Le feste annuali – Pesach, Shavuot, Sukkot – non erano solo ricordi storici, ma giorni solenni di culto e comunione che ravvivavano a consapevolezza della presenza attiva di Dio in mezzo al popolo.


mo’edim erano anche feste legate alla vita agricola. Pesach segna l’inizio del ciclo annuale con la primavera ed è legata alla prima raccolta dell’orzo e all’offerta del primo covone ('omer). Cinquanta giorni dopo, Shavuot coincide con la raccolta del grano e con l’offerta delle primizie (Bikkurim) ed è associata al dono della Torah. Sukkot, celebrata in autunno, ricorda il cammino nel deserto ed è anche la festa della raccolta finale dei frutti della terra. In questo modo anche la terra segue il suo ritmo stabilito da Dio. Semina, raccolto e culto sono uniti. Il ciclo agricolo diventa un momento di memoria, gratitudine e alleanza tra Dio e il Suo popolo, riconoscendo che Dio è il vero Fornitore della vita e dei suoi frutti. 

A livello pluriennale, l’anno sabatico (Shemittah) e il Giubileo assicuravano giustizia sociale, prevedendo il riposo della terra, la liberazione degli schiavi e la restituzione dei terreni ai loro proprietari originari, insegnando che la vera ricchezza viene da Dio. Così il popolo imparava che la terra appartiene a Dio e che la vera ricchezza proviene da Lui.

Possiamo riassumere che attraverso tutti questi ritmi Dio educa il popolo a vivere secondo i cicli della creazione, integrando fede e vita quotidiana.

La tabella seguente riassume le fasi più salienti e i loro significato pedagogico. 
Fase 
Riferimento 
Evento / istituzione 
Significato pedagogico 

Creazione 

Genesi 1–2  

Dio crea il cosmo in sei giorni e santifica il settimo 

Il tempo inizia ordinato e santificato 

Liberazione dall’Egitto 

Esoso 12–14   

Istituzione della Pesach 

Memoria annuale della salvezza 

Introduzione dello Shabbat 

Esodo 16 

Raccolta della manna e riposo del settimo giorno 

Il popolo impara il ritmo lavoro/riposo 

Shabbat nel Decalogo 

Esodo 20,8-11 

Comandamento di santificare il sabato 

Il tempo diventa segno dell’alleanza 

Formazione nel deserto 

Esodo–Numeri  

Leggi, prove e insegnamenti 

Il tempo come periodo educativo 

Calendario delle feste 

Esodo 23,14-17 

Tre feste di pellegrinaggio 

Il tempo diventa memoria comunitaria 

Istituzione dei mo’edim 

Levitivo 23 

Shabbat, Pesach, Shavuot, Yom Kippur, Sukkot 

Struttura dell’anno liturgico e ciclo agricolo: semina/raccolto 

Ritmo agricolo e sociale 

Levitico 25 

Anno sabbatico e giubileo 

Fiducia in Dio e giustizia sociale 

Ritmo cultuale 

Numeri 28–29  

Sacrifici quotidiani, settimanali e festivi 

Culto regolare nel tempo 

Preparazione alla terra promessa 

Deuteronomio 16 

Conferma delle feste 

Il tempo accompagna la vita nella terra promessa 


Conclusione  

Che cosa possiamo ricavare per i nostri giorni? Non viviamo più sotto la schiavitù dell’Egitto, eppure è necessario domandarci come si svolge oggi la nostra vita. Non c’è da stupirsi se oramai viviamo in una società di produzione continua e di consumo incessante, dove la flessibilità spesso si traduce in assenza di vero riposo e dove l’attesa è diventata sempre più difficile da sopportare. In molti modi il tempo sembra esserci sfuggito di mano. Le comodità e il progresso ci fanno credere che tutto sia disponibile, accessibile e abbondante. Ma proprio in quest'apparente abbondanza abbiamo smarrito il ritmo naturale che Dio ha donato fin dalla creazione e il significato autentico del riposo (Gen. 2,2-3).  

Il Signore non desidera che l’uomo viva in questa forma di schiavitù. Non si tratta soltanto della schiavitù del peccato, che separa da Dio, ma anche di una condizione in cui il tempo viene dominato, consumato o riempito senza misura. Dio invece vuole educarci a riconoscere i Suoi ritmi e i Suoi cicli, affinché impariamo a vivere il tempo come dono. Vivere soltanto per lavorare o accumulare ricchezze significa perdere il vero senso della vita e del tempo stesso. La Scrittura ricorda infatti che «se uno accumula ricchezze e non sa chi le raccoglierà» la sua fatica diventa vana (Sal. 39,7; Eccl. 2,18-23). Quando siamo continuamente proiettati verso il futuro o rimaniamo bloccati nel passato, rischiamo di non vivere pienamente il presente. Per questo la Parola invita a riconoscere che «per ogni cosa c’è il suo tempo» (Eccl. 3,1).

Uscire da questa forma di schiavitù, alimentata dall’illusione di essere padroni del tempo e di poterlo gestire secondo i nostri criteri, è un’impresa molto ardua. Tuttavia, il Signore, così come ha tratto Israele fuori dall’Egitto (Es. 20,2), desidera liberare anche noi da questo modo disordinato di vivere il tempo. Egli vuole rieducarci a riconoscere ciò che ha stabilito fin dalla creazione, affinché possiamo riscoprire un’esistenza più armoniosa, non solo nella relazione con Lui, ma anche nei rapporti tra di noi, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra datori di lavoro e lavoratori. In questa maniera il tempo può tornare a essere non soltanto una successione di momenti da riempire, ma uno spazio in cui la presenza di Dio guida e forma la nostra vita, imparando anche a «contare bene i nostri giorni per acquistare un cuore saggio» (Sal. 90,12).

Così come il Creatore ha posto il sole, la luna e le stelle nel firmamento per segnare i tempi e le stagioni e regolare il ritmo della creazione (Gen. 1,14), allo stesso modo desidera che anche noi, esseri viventi e coscienti, impariamo a entrare nel Suo tempo. Colui che orchestra con sapienza l’ordine del cosmo vuole guidare anche la nostra vita, affinché il nostro tempo non sia disperso, ma orientato verso il fine ultimo: giungere alla pienezza della comunione con Dio (Ef. 3,19; 4,13).

Nel prossimo articolo continuiamo in questo viaggio e ci soffermiamo sulla via della santificazione: dalla nuova nascita fino alla piena glorificazione nel Messia come trasformazione interiore che dura tutto il tempo della nostra vita a partire dalla nuova nascita.
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