Passa al contenuto

Descrizione e prescrizione nella Bibbia

Un criterio ermeneutico imprescindibile
23 dicembre 2025 di
Descrizione e prescrizione nella Bibbia
Yeshivat HaDerek, Daniele Salamone
| Ancora nessun commento

Introduzione

Uno degli errori ermeneutici più frequenti nella lettura della Bibbia, consiste nella confusione tra ciò che il testo descrive (racconto) e ciò che prescrive (norma, legge, prassi). Questa confusione, apparentemente marginale, ha in realtà prodotto nel corso dei secoli distorsioni teologiche, irrigidimenti dottrinali e prassi ecclesiali fondate più su deduzioni improprie che su un’analisi attenta del testo. Non tutto ciò che la Bibbia racconta è inteso come norma universale; non ogni comportamento di un personaggio biblico è proposto come modello vincolante per tutti i credenti, in ogni tempo e luogo.

Comprendere la differenza tra descrizione e prescrizione non significa relativizzare l’autorità delle Scritture, ma al contrario onorarla, rispettando l’intenzione comunicativa degli autori ispirati e il genere letterario da essi impiegato. La Bibbia non è un manuale di regolamenti uniformi, bensì una raccolta di testi eterogenei, che includono narrazione storica, epistolografia, poesia, profezia e apocalittica. Ogni genere richiede criteri di lettura adeguati.


Descrizione e prescrizione: una distinzione necessaria

Per descrizione si intende il racconto di eventi, scelte, comportamenti o situazioni così come sono avvenuti o percepiti dall’autore. La descrizione ha una funzione testimoniale e narrativa: informa il lettore su ciò che è accaduto, senza necessariamente esprimere un giudizio normativo o un comando implicito su come le cose devono per forza accadere. La prescrizione, invece, riguarda ciò che viene presentato come norma, comando, principio vincolante o insegnamento da applicare in modo universale. Essa presuppone un’intenzionalità regolativa, spesso espressa in forma imperativa o didattica.

Il problema nasce quando una descrizione viene letta come se fosse una legge. In tal caso, il lettore attribuisce al testo un’intenzione normativa che l’autore non aveva. Questo scarto ermeneutico produce regole non richieste dalla Scrittura stessa e, talvolta, contrarie al suo messaggio complessivo.

Il caso di Paolo e il sostentamento ministeriale

Un esempio emblematico riguarda l’apostolo Paolo e la sua scelta di non avvalersi, non sempre ma in alcune circostanze, del diritto di essere sostenuto economicamente dalle comunità a cui serviva. Paolo stesso afferma chiaramente di avere pieno diritto a tale sostegno, ma di avervi rinunciato volontariamente per ragioni pastorali e missionarie, al fine di non creare ostacoli all’annuncio del Vangelo. Questa scelta è raccontata in modo articolato, soprattutto in 1 Corinzi 9,1-18, dove l’apostolo argomenta la legittimità del sostentamento ministeriale prima di spiegare la sua rinuncia personale.

Non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Yeshua, il nostro Signore? Non siete voi l'opera mia nel Signore? Se per altri non sono apostolo, lo sono almeno per voi; perché il sigillo del mio apostolato siete voi, nel Signore. Questa è la mia difesa di fronte a quelli che mi sottopongono a inchiesta. Non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare? Chi mai fa il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi pascola un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico forse queste cose da un punto di vista umano? Non le dice anche la Torah? 9 Difatti, nella Torah di Mosè è scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano». Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? O non dice così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza e chi trebbia il grano deve trebbiarlo con la speranza di averne la sua parte. Se abbiamo seminato per voi i beni spirituali, è forse gran cosa se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri hanno questo diritto su di voi, non lo abbiamo noi molto di più? Ma non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi, sopportiamo ogni cosa per non creare alcun ostacolo al vangelo del Messia.
Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel Tempio? E che coloro che attendono all'altare hanno parte all'altare? Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunciano il vangelo vivano del vangelo.
Io però non ho fatto alcun uso di questi diritti, e non ho scritto questo perché si faccia così a mio riguardo; poiché preferirei morire, anziché vedere qualcuno rendere vano il mio vanto. Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità me n'è imposta; e guai a me se non evangelizzo! Se lo faccio volenterosamente ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un'amministrazione che mi è affidata. Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che, annunciando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà.

Il punto decisivo è che Paolo presenta questa rinuncia come una libera facoltà, non come una norma universale. Egli non comanda agli altri ministri di fare altrettanto, né trasforma la sua prassi in un principio vincolante per la Kehillah di ogni tempo o come esempio che tutti i ministri devono per forza seguire. Quando, invece, alcuni leggono questa descrizione come prescrizione, giungono alla conclusione che un "vero ministro di Dio", non dovrebbe mai essere sostenuto a tempo pieno dalla comunità. Tale conclusione non deriva dal testo, ma da un’errata sovrapposizione tra racconto e norma.

Narrazione storica e normatività negli Atti

Lo stesso problema emerge nella lettura degli Atti degli Apostoli. Questo libro ha una chiara natura narrativa e storica: racconta la nascita e l’espansione della Kehillah primitiva in contesti geografici, culturali e sociali molto diversi. Molti elementi descritti negli Atti vengono talvolta elevati a modello normativo senza un’adeguata riflessione ermeneutica.

Si pensi, per esempio, alla comunione dei beni nella comunità di Gerusalemme. Il testo descrive una situazione concreta, legata a un contesto specifico, caratterizzato da attese escatologiche imminenti e da particolari condizioni socio-economiche. Nulla nel racconto indica che tale forma di gestione dei beni debba essere imposta come norma universale. Eppure, in alcuni ambienti, questa descrizione è stata trasformata in prescrizione, generando modelli comunitari rigidi e spesso insostenibili.

Analogamente, il racconto di conversioni improvvise, di guarigioni miracolose istantanee o di interventi straordinari dello Spirito non equivale a una promessa normativa secondo cui ogni esperienza cristiana debba riprodurre esattamente quelle dinamiche. Il testo testimonia ciò che è accaduto, non stabilisce una griglia obbligatoria per ogni epoca. Si pensi, per esempio, al cosiddetto «segno delle lingue», che in molti contesti viene interpretato come un’azione normativa e universale dello Spirito. In realtà, le Scritture non presentano questo fenomeno come una prescrizione valida in ogni tempo e luogo, ma come la descrizione di eventi specifici, legati a contesti storici e teologici ben definiti. Il testo biblico racconta ciò che è accaduto, senza mai trasformare quelle manifestazioni in un criterio obbligatorio per misurare l’opera dello Spirito Santo o la maturità della fede. Confondere il racconto con la norma significa attribuire al testo un’intenzione che esso non esplicita, finendo per fissare il modus operandi dello Spirito in schemi rigidi che la Scrittura stessa non impone.

Le epistole: insegnamento contestuale e portata normativa

Anche le epistole richiedono un’attenta distinzione tra ciò che è normativo e ciò che è contingente. Le lettere apostoliche nascono per rispondere a situazioni concrete: problemi dottrinali, tensioni comunitarie, questioni morali specifiche. All’interno di queste lettere convivono elementi chiaramente prescrittivi e osservazioni descrittive o personali.

Un esempio significativo si trova in 2 Tessalonicesi 3,6-14, dove Paolo parla del proprio comportamento lavorativo come esempio per contrastare l’ozio di alcuni membri della comunità. Anche qui, il riferimento autobiografico ha una funzione argomentativa e pastorale, non l’intento di stabilire un modello economico universale per ogni ministro cristiano. Il principio normativo riguarda la responsabilità e la testimonianza, non la forma concreta del sostentamento.

Fratelli, vi ordiniamo, nel nome del nostro Signore Yeshua Messia, che vi ritiriate da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo l'insegnamento che avete ricevuto da noi. Infatti voi stessi sapete come ci dovete imitare: perché non ci siamo comportati disordinatamente tra di voi; né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di nessuno, ma con fatica e con pena abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi. Non che non ne avessimo il diritto, ma abbiamo voluto darvi noi stessi come esempio, perché ci imitaste. Infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare. Difatti sentiamo che alcuni tra di voi si comportano disordinatamente, non lavorando affatto, ma affaccendandosi in cose futili. Ordiniamo a quei tali e li esortiamo, nel Signore Yeshua Messia, a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente.

Lo stesso vale per molte indicazioni pratiche presenti nelle epistole pastorali, come la Epistola a Tito, dove istruzioni specifiche rispondono a contesti locali. Separare il principio teologico sottostante dalla forma contingente è un passaggio indispensabile per evitare applicazioni meccaniche.


Il ruolo decisivo del genere letterario

Alla base di queste distinzioni sta il riconoscimento del genere letterario. La Bibbia comunica attraverso generi diversi, ciascuno con proprie regole interpretative. La narrazione storica non funziona come un codice legislativo; l’epistola non coincide con un trattato sistematico; il racconto autobiografico non equivale a un decreto normativo.

Ignorare il genere letterario significa forzare il testo, attribuendogli una funzione che non possiede. Quando un autore biblico racconta un evento o una scelta personale, sta offrendo una testimonianza, non necessariamente una regola. La normatività emerge quando il testo esplicita un comando, un principio generale o un insegnamento destinato a essere trasmesso e osservato.

La confusione tra descrizione e prescrizione non è quindi un problema puramente accademico. Essa ha conseguenze pastorali rilevanti. Trasformare esempi descrittivi in norme assolute può generare sensi di colpa indebiti, giudizi sommari e divisioni all’interno della comunità. Inoltre, si rischia di assolutizzare pratiche contingenti, perdendo di vista i principi teologici fondamentali che il testo intende comunicare.

Una lettura matura delle Scritture riconosce la libertà responsabile lasciata ai credenti e ai ministri in molte scelte pratiche. Dove la Bibbia lascia spazio alla libertà, l’interprete non dovrebbe imporre vincoli.


Conclusione

Distinguere tra descrizione e prescrizione nella Bibbia non è un atto di fedeltà al testo. Significa leggere le Scritture con rispetto per la loro forma, il loro contesto e la loro intenzione comunicativa. Non tutto ciò che viene narrato è comandato; non ogni esempio è legge. La normatività emerge da un’attenta valutazione del genere letterario, del contesto storico e della finalità teologica del passo.

Solo così la Bibbia può essere compresa come realmente si presenta: non una raccolta di regole dedotte arbitrariamente da ogni racconto, ma una testimonianza viva che orienta la fede, lasciando spazio alla responsabilità, al discernimento e alla libertà guidata dallo Spirito. Questa consapevolezza non indebolisce l’autorità delle Scritture, ma ne preserva la profondità e l’equilibrio, aiutando la Kehillah a evitare letture forzate e a vivere una fede più autentica e consapevole.

Condividi articolo
Archivio
Accedi per lasciare un commento