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Parashat Re'eh (Deut. 11,26–16,17)

Dall’obbedienza alla Torah al nutrimento interiore nel Messia
6 dicembre 2025 di
Parashat Re'eh (Deut. 11,26–16,17)
Yeshivat HaDerek, Daniele Salamone
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Intr​oduzione

L’uomo non vive soltanto di ciò che riempie lo stomaco. Tutta la Scrittura conosce una fame più sottile: la fame del cuore, che nessuna abbondanza materiale riesce a saziare a lungo. Si può avere una terra su cui «scorre latte e miele» e restare spiritualmente aridi; si possono moltiplicare gesti religiosi e continuare a vivere come se Dio fosse lontano. La vera domanda non è solo se ubbidiamo, ma di che cosa viviamo davvero.

Le tre porzioni che consideriamo oggi si muovono su questa frontiera: benedizione e maledizione, città afflitta e consolata, pane che viene dal cielo. In filigrana, ovunque, lo stesso appello: non accontentarti di un’osservanza esteriore; lascia che la Parola di Dio diventi nutrimento interiore, vita che ti sostiene dall’interno. È su questo passaggio – dall’obbedienza alla Torah al nutrimento interiore nel Messia – che vogliamo soffermarci, ascoltando la voce del Tanakh, dei maestri d’Israele e degli Scritti Apostolici.


Parashah (Deut. 11,26—16,17)

Obbedienza che nutre

In Deuteronomio, Israele viene posto davanti a una scelta radicale:

Vedi, Io pongo oggi davanti a voi la benedizione e la maledizione (11,26-28)

La benedizione è legata all’ascolto e alla pratica dei comandamenti, la maledizione alla loro trasgressione. Non si tratta di un meccanismo magico, ma di una pedagogia dell’alleanza: vivere secondo la Torah significa accordarsi al ritmo della vita che YHWH dona; rifiutarla significa esporsi alla disgregazione.

La stessa sezione insiste sul fatto che la Torah non è solo un codice esterno

Metterete queste Mie parole nel vostro cuore e nella vostra anima (11,18)

L’obbedienza vera nasce quando la Parola scende dalla superficie del comportamento alle profondità dell’interiorità. L’osservanza dei comandamenti, compresa la gioia delle feste di pellegrinaggio (16,1-17), è segno di un cuore che riconosce YHWH come fonte di ogni bene.

La tradizione rabbinica coglie con finezza questa dinamica tra nutrimento materiale e nutrimento spirituale. Un proverbiale rabbinico afferma: «Se non c’è farina, non c’è Torah; se non c’è Torah, non c’è farina» (Pirkei Avot 3,17). L’immagine è paradossale: da un lato riconosce che l’uomo ha bisogno di mezzi concreti per vivere; dall’altro ricorda che, senza la Torah, anche la “farina” perde il suo senso e la sua benedizione.

Un altro insegnamento dice che se tre persone mangiano insieme e non pronunciano parole di Torah, è come se avessero mangiato sacrifici offerti ai morti; ma se a tavola risuonano parole di Torah, è come se sedessero alla tavola stessa dell’Onnipresente (Pirkei Avot 3,3). Il cibo quotidiano, alla luce di questa lettura, non è neutro: diventa o pura consumazione, o spazio di comunione con Dio, a seconda di ciò che lo accompagna interiormente.

In filigrana si intravede già l’intuizione di Deut. 8,3:
l’uomo non vivrà di solo pane, ma di tutto ciò che procede dalla bocca di YHWH.

Alcuni commenti rabbinici leggono in questo versetto un simbolo: il pane non è solo materia, rappresenta anche la Torah e la Parola che esce dalla bocca di Dio; ciò che dà la vita non è la sostanza in sé, ma la Parola di Dio che la sostiene. L’obbedienza alla Torah, allora, non è un semplice “fare” per meritare benedizioni esteriori, ma un modo di lasciarsi nutrire da una parola che dà forma al cuore.


Haftarah (Is. 54,11—55,5)

Acqua, pane e parola

Nel libro di Isaia, la prospettiva si approfondisce. Sion è descritta come una donna «afflitta, agitata dalla tempesta, sconsolata» (54,11), che YHWH promette di ricostruire con pietre preziose, stabilendo con lei un’«alleanza di pace» che non sarà rimossa (54,10-12). Il fondamento di questa pace è che i figli di Sion saranno tutti «discepoli di YHWH» e grande sarà la loro shalom (54,13).

Subito dopo, Isaia eleva un invito sorprendente:

O voi tutti che siete assetati, venite alle acque! Anche chi non ha denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte (55,1)

È un linguaggio di nutrimento, ma completamente gratuito. Il vero problema non è la mancanza di risorse, bensì lo spreco delle energie su ciò che non sazia:

Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il frutto delle vostre fatiche per ciò che non sazia? (55,2)

La risposta è: «Porgete l’orecchio e venite a Me, ascoltate e la vostra anima vivrà» (55,3). Qui l’obbedienza si trasforma in ascolto che diventa nutrimento interiore. Il nutrimento promesso non è più solo la stabilità nella terra, ma un’«alleanza eterna, le grazie stabili promesse a Davide» (55,3), che apre la prospettiva messianica: un re discendente di Davide, attraverso il quale questa abbondanza raggiungerà le nazioni (55,4–5).

I maestri d’Israele hanno meditato a lungo su queste immagini. Un principio famoso afferma: «L’acqua non significa altro che la Torah», citando proprio «O voi tutti che siete assetati, venite alle acque» (Is. 55,1). Maimonide riprende questa tradizione quando scrive che «le parole della Torah sono paragonate all’acqua», perché, come l’acqua non rimane sui luoghi elevati ma scende nei luoghi bassi, così la Torah si posa non sui superbi, ma su chi è umile e spegne in sé le passioni per dedicarsi allo studio (Mishneh Torah, Hilchot Talmud Torah 3,9).

Così l’invito di Isaia «venite alle acque» è letto come un invito a dissetarsi alla Torah, a una parola che non ritorna a Dio a vuoto ma compie ciò per cui è mandata (Is. 55,10-11). Il nutrimento non è più solo il risultato del lavoro dell’uomo, ma il frutto di una parola efficace che scende come pioggia e neve e fa germogliare la vita.

Lo stesso Is. 54,13 è al centro di una lettura rabbinica densa di significato: i saggi giocano sulle vocali e leggono «tutti i tuoi figli [banayikh]» anche come «tutti i tuoi costruttori [bonayikh]», per affermare che i discepoli della Torah sono coloro che costruiscono la pace nel mondo (b. Berakhot 64a). La consolazione di Sion passa attraverso una generazione di uomini e donne interiormente nutriti dalla Parola di Dio, tali da diventare strumenti di shalom.

In questa prospettiva, l’obbedienza non è mai mera esecuzione di ordini, ma un lasciarsi attrarre, ascoltare, dissetare. Il cuore credente non si limita a “fare” i comandamenti: si siede alla mensa della Parola, mangia e beve la Torah come acqua, pane, vino e latte offerti gratuitamente.


Besorah (Giov. 6,35-51)

Il Pane della vita e l’uomo interiore

Nel capitolo 6 del Quarto Vangelo, Yeshua riprende e porta a compimento questo linguaggio. In un contesto segnato dal miracolo dei pani e dalla memoria della manna nel deserto (6,31-34), Egli dichiara:

Io sono il pane della vita; chi viene a Me non avrà più fame e chi crede in Me non avrà mai più sete (6,35)

La fame e la sete fondamentali dell’uomo vengono ora collegate alla relazione personale con il Messia.

Quando i Suoi ascoltatori reclamano un segno simile alla manna, Yeshua risponde che il vero pane non è ciò che Mosè ha dato, ma «il pane di Dio è quello che scende dal cielo e dà la vita al mondo» (6,33). Questo pane è Lui stesso:

Io sono il pane vivente che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la Mia carne, che darò per la vita del mondo (6,51)

Nel cuore di questo discorso c’è una citazione diretta di Isaia: «Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”» (6,45; cfr. Is. 54,13). Giovanni ci mostra Yeshua come il luogo in cui si realizza la promessa: non solo un popolo che studia la Torah, ma uomini e donne personalmente ammaestrati da Dio attraverso il Figlio. L’insegnamento non è più soltanto su tavole di pietra, ma passa attraverso l’incontro con una Persona che è la Parola fatta carne (Giov. 1,14).

Se nel Deuteronomio l’uomo vive di ciò che esce dalla bocca di YHWH (Deut. 8,3), e in Isaia questo “ciò che esce” è una parola che scende come pioggia (Is. 55,10-11), in Giovanni questa parola si fa Pane che si lascia mangiare. I verbi cambiano: non solo ascoltare, ma venire, credere, mangiare (6,35.40.51). Ciò che la Torah dava come via, Yeshua lo offre come vita interiore: la volontà del Padre è che «chiunque contempla il Figlio e crede in Lui abbia vita eterna; e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (6,40).

Anche qui la tradizione d’Israele illumina il mistero. Abbiamo visto che, per i maestri, una tavola su cui non si pronunciano parole di Torah è vicina alla morte, mentre una tavola dove la Torah è condivisa diventa come l’altare di Dio (Pirkei Avot 3,3). Alla luce del discorso del Pane della vita, il discepolo di Yeshua è chiamato a qualcosa di ancora più profondo: lasciare che l’intera esistenza – non solo il pasto, non solo alcuni momenti di studio – diventi luogo in cui il Messia nutre l’uomo interiore con la Sua presenza e la Sua parola.

Così, lungi dall’abolire la Torah, Yeshua ne porta all’estremo le implicazioni: l’obbedienza non può più fermarsi alla condotta esteriore; deve diventare assimilazione del Pane disceso dal cielo, trasformazione progressiva della mente e del cuore. Il credente non vive soltanto di precetti, ma del Messia che, per mezzo dello Spirito, scrive la Torah dentro di lui.


Conclusione

La Scrittura e i maestri d’Israele ci mettono davanti a una domanda esigente: stiamo vivendo di pane solo, o di ogni parola che esce dalla bocca di Dio? Possiamo essere religiosamente occupati, col calendario pieno di feste e di attività, e tuttavia spendere «denaro per ciò che non è pane» e le nostre fatiche «per ciò che non sazia» (Is. 55,2). Possiamo difendere la Torah con le labbra e al tempo stesso ridurla a un codice esterno che non tocca le nostre paure, i nostri desideri, le nostre relazioni.

Yeshua, Pane della vita, smaschera sia l’illusione di un’osservanza puramente esteriore sia quella di una fede “spirituale” sganciata dalla concreta obbedienza. Egli ci invita a un cammino più severo e più dolce: lasciare che la Parola di Dio ci nutra davvero, giorno dopo giorno, e che la nostra obbedienza sia la risposta di chi ha gustato «quanto è buono YHWH» (Sal. 34,9).

L’invito di oggi è semplice e radicale. Non si tratta solo di aggiungere qualche minuto di lettura biblica alla giornata, ma di rivedere qual è il nostro “pane quotidiano”: ciò che davvero ci sostiene, ci motiva, ci consola. È la ricerca affannosa di “farina” senza Torah, o la ricerca di Torah senza lasciarci toccare dal Messia? O è il cammino in cui, come insegna Pirkei Avot, riconosciamo che «se non c’è farina, non c’è Torah; se non c’è Torah, non c’è farina», e impariamo a ricevere l’una e l’altra come dono (Pirkei Avot 3,17)?

Oggi queste tre voci – Mosè, Isaia e Yeshua – ci chiamano a scegliere il nutrimento giusto. Accogliere questa chiamata significa tornare alla Parola con cuore umile, dissetarsi alle acque della Torah, e soprattutto venire al Messia come al Pane vivente, permettendogli di entrare nell’intimo e di ridisegnare dall’interno la nostra obbedienza. Chi fa questo, secondo la promessa, «non avrà più fame» (Giov. 6,35): non perché verranno meno le prove, ma perché al centro della sua vita ci sarà una mensa preparata da Dio stesso, dove la Torah e il Pane della vita si uniscono per nutrire l’uomo interiore fino all’eternità.


Guarda la parashah di Daniele Salamone del 11/08/2023


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