Introduzione
La vita di fede è una vera e propria scuola, dove giorno dopo giorno veniamo formati, corretti, incoraggiati alla luce della Parola di Dio. È un cammino concreto, fatto di "prove che ci mettono alla prova" davvero, di scelte quotidiane spesso faticose, di fiducia da rinnovare anche quando non ne abbiamo voglia, e di piccole e grandi rivelazioni che, col tempo, cambiano il nostro cuore e lo rendono più simile al cuore di Dio. In tutta la Scrittura vediamo un Dio che non resta in silenzio: parla al Suo popolo, lo guida, lo riprende quando serve e lo invita a una relazione viva, sincera, reale con Lui.
Nelle porzioni del Deuteronomio, di Isaia e nelle parole di Yeshua in Mt. 16 ritroviamo un unico filo rosso: il desiderio profondo di Dio di avere un popolo che ricorda, che si fida e che sa riconoscere Chi Egli è: YHWH. Sono tre passaggi che si intrecciano e si completano: il richiamo all’obbedienza, la certezza di essere amati e la rivelazione del Messia.
Dio ci chiede fedeltà, ci promette consolazione e mostra pienamente il Suo volto in Yeshua, il Messia Divino. La parashah di oggi vuole proprio raccogliere queste “perle preziose” e aiutarci a capire come la nostra vita spirituale possa diventare più radicata, stabile e feconda. E tutto questo lo vediamo realizzato in Yeshua, il Discepolo modello, nel quale troviamo il punto di riferimento per il nostro cammino di ogni giorno.
Parashah (Deuteronomio 7,12–11,25)
“Non solo pane”, vivere della Parola di YHWH
Quando il popolo d’Israele si trova ormai alle soglie della Terra Promessa, Dio parla con una chiarezza che attraversa i secoli. Israele sta per affrontare popoli più potenti di lui, città alte e imponenti, situazioni che a occhi umani sembrano davvero insormontabili (Deut. 9,1). Eppure, proprio lì, davanti all’impossibile, Dio fa una promessa che capovolge ogni paura: Egli stesso sarà Colui che «marcerà alla tua testa come un fuoco che divora» (9,3). Non chiede un coraggio eroico, non pretende forza umana: chiede fiducia. Chiede obbedienza. Chiede di poggiare tutto su di Lui.
In questi capitoli ritorna più volte una piccola parola che però apre scenari enormi: «se» (7,12; 8,19-20; 11,13; 11,22). Se ascolteranno, se osserveranno, se cammineranno con Lui, allora Dio manterrà il Patto, custodirà la loro vita e donerà benedizione. Non è il «se» di un ricatto. È il «se» dell’amore. Dio chiede fedeltà perché sa cosa c’è in gioco: la vita del Suo popolo.
Per questo comanda di distruggere ogni idolo (7,25-26). Non si parla solo di statue: gli idoli sono tutte quelle cose che riescono a catturare il cuore e a spostarlo anche solo di qualche grado lontano da Dio. L’idolatria è subdola, seducente: brilla, affascina… e intanto toglie ossigeno all’anima. Dio ordina di evitarla radicalmente, perché conosce bene il cuore umano, così rapido a lasciarsi distrarre. Perfino l’oro e l’argento che rivestivano gli idoli sono descritti come un pericolo: non tutto ciò che luccica nutre davvero.
Poi YHWH richiama Israele ai quarant’anni nel deserto e li presenta come una vera scuola spirituale (8,2-5). Non è stato un periodo di abbandono, ma di formazione. Dio ha permesso l’umiliazione non per schiacciare, ma per purificare, per rivelare cosa c’era nel cuore del popolo e insegnare una verità essenziale:
L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni Parola che procede dalla bocca di YHWH (v. 3)
Perfino i vestiti e i piedi di Israele sono stati preservati (v. 4): piccoli dettagli quotidiani che raccontano un Dio vicino, fedele, concreto. Come un padre che corregge il figlio, così YHWH ha corretto Israele (v. 5).
Ma Dio conosce la fragilità umana: una volta entrati nella Terra, ben nutriti, al sicuro e in pace, il rischio più grande è dimenticare (8,11-16). Dimenticare che è stato Lui a liberare, a sostenere, a portare avanti. Il cuore, quando è sazio, fa presto a montarsi. E così nasce l’illusione: «La mia forza mi ha procurato queste ricchezze» (8,17). Ma Dio richiama il Suo popolo all’umiltà: ricordate da dove venite, ricordate Chi vi ha portati fin qui (8,18). Nei versetti 19-20 arriva poi un ammonimento forte: se il popolo dovesse dimenticare YHWH e volgersi ad altri dèi, la sua fine sarebbe simile a quella delle nazioni che non ascoltarono il Dio d’Israele. È lo stesso avvertimento che riecheggia dal giardino di Eden (Gen. 2,17).
In Deut. 9–11 Dio ribadisce una verità scomoda ma necessaria: Israele non riceve la Terra perché è giusto (9,4-5). Non la merita più degli altri popoli. Anzi, la sua storia è piena di ribellioni (9,7-29). «Siete stati ribelli dal giorno che vi conobbi», dice Dio al v. 24. La Terra viene donata per due motivi: la malvagità delle nazioni e la fedeltà di Dio alle promesse fatte ai patriarchi. La fedeltà di Dio va oltre quella del popolo. Non dipende da essa: la supera.
Ecco perché YHWH chiede di «circoncidere il cuore» (10,16). Non basta l’obbedienza esteriore: Dio desidera un cuore morbido, docile, disposto ad ascoltare. Quando il cuore è aperto, la vita fiorisce: pioggia, raccolto, pace (11,13-15). Quando invece il cuore si svia, tutto si secca (11,16-17).
Il messaggio che emerge da questa ampia porzione della Torah è semplice e profondo allo stesso tempo:
- ricorda ciò che Dio ha fatto (8,2-5),
- amaLo e serviLo con tutto il cuore e con tutta l’anima (10,12),
- cammina nelle Sue vie (8,6; 10,12; 11,22).
In tutto questo è racchiusa la vita (Deut. 8,1).
Haftarah (Isaia 49,14–51,3)
Un amore che non dimentica, la promessa di YHWH in Isaia
Nella porzione dell’Haftarah non troviamo più un popolo alle soglie di un nuovo inizio, ma un popolo ferito, stanco, carico di colpa. Israele si sente messo da parte, dimenticato. Le parole che pronuncia sono pesanti, intrise di dolore: «YHWH [יהוה] mi ha abbandonato, Adonay [אדני] mi ha dimenticato.» (Is. 49,14). È il grido di chi ha conosciuto l’umiliazione, l’esilio, il tradimento, lo smarrimento. Israele guarda alla propria storia e vede quasi solo fallimenti.
Eppure la risposta di Dio spiazza: è piena di tenerezza.
Può forse una madre dimenticare il figlio che allatta? Anche se lo dimenticasse, Io non ti dimenticherò mai (49,15)
È una delle immagini più intense e tenere di tutta la Scrittura. L’amore di una madre è tra i legami più forti che conosciamo, ma l’amore di Dio è ancora più stabile, più fedele. Non è un’emozione che va e viene, è un impegno eterno. YHWH dichiara: «Ti ho scolpito sulle palme delle Mie mani» (49,16). Questo rimanda direttamente al Messia: le Sue mani forate sulla croce diventano il segno della redenzione per Israele e per tutta l’umanità. Anche quando il popolo si allontana, Dio continua a cercarlo, come il buon Pastore che non si rassegna a perdere la pecora smarrita e arriva a dare la Sua vita per le Sue pecore.
Nei versetti successivi YHWH invita Israele ad alzare lo sguardo oltre la desolazione del momento presente. Intorno tutto sembra distrutto, senza futuro, ma Dio promette liberazione: «Io contenderò con chi contende con te» (49,25). La battaglia non è sulle spalle del popolo: è nelle mani di Dio. In un mondo che spesso appare ostile e minaccioso, Lui si presenta come il nostro Difensore per eccellenza.
In Isaia 50, YHWH chiarisce che non è stato Lui ad abbandonare Israele: è il popolo che si è allontanato. Lo esprime con una domanda provocatoria:
Dov’è la lettera di divorzio della vostra madre, da cui Io l’avrei ripudiata? (50,1)
Non c’è nessun atto di ripudio: c’è una relazione ferita, ma non annullata. La distanza non ha estinto il Suo amore. La Sua mano non si è accorciata, il Suo orecchio non si è appesantito: Egli resta pronto a salvare, a redimere, a rialzare (50,2).
Arrivando a Isaia 51 il tono diventa ancora più consolante: «Ascoltate a Me, voi che perseguite la giustizia» (51,1). Chi sceglie di prestare attenzione alla voce di Dio e di fissare lo sguardo su di Lui, lì trova speranza. Dio promette di trasformare il deserto in un giardino: «Renderò il suo deserto come l’Eden» (51,3). Dove prima c’era solo aridità, spunterà nuova vita. Dove regnavano solitudine e pianto, torneranno gioia e consolazione.
Il messaggio che attraversa questi capitoli è semplice e profondissimo: YHWH non dimentica mai il Suo popolo. Anche dopo le cadute, i peccati, gli smarrimenti, il Suo amore rimane più forte della nostra fragilità. È un amore incondizionato che si manifesta pienamente nel Suo amato Figlio.
Besorah (Matteo 16,13-20)
Il riconoscimento che cambia la vita
Nel Vangelo di Matteo troviamo Yeshua che conduce i discepoli fino a Cesarea di Filippi (v. 13), un luogo dove convivono statue, culti pagani e simboli religiosi di ogni genere. È un ambiente carico di idolatria, molto simile a quelli dai quali Israele era stato più volte chiamato a guardarsi. Ed è proprio lì, in mezzo a quella confusione spirituale, che Yeshua pone la domanda che attraversa i secoli: «Chi dite voi che Io sia?» (v. 15).
È la domanda delle domande. Non basta sapere cosa pensano gli altri: serve una risposta personale, che nasce dal cuore. Ed è allora che Pietro, guidato non dalla logica umana ma dalla rivelazione del Padre, risponde con una delle dichiarazioni più profonde dell’intero Vangelo:
Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente (v. 16)
Pietro non dice che Yeshua è un rabbino straordinario, né un profeta fra molti. Dice che è il Messia: Colui nel quale si adempiamo tutte le promesse di Dio. Il Figlio del Dio vivente, la manifestazione concreta della presenza di YHWH in mezzo al Suo popolo.
Con queste parole si apre un mistero immenso. Yeshua è il compimento del Patto con i padri, la risposta alle attese d’Israele. Tutto ciò che Israele era chiamato a essere, trova in Lui la sua realizzazione perfetta.
- Dove il popolo ha fallito, Yeshua ha obbedito fino alla morte, e alla morte di croce (Flp. 2,8).
- Dove Israele è stato ostinato, Yeshua è rimasto fedele alla Sua missione (Giov. 4,34; 6,38; 17,14; Eb. 10,7).
- Dove il popolo si è allontanato dal cuore di Dio, Yeshua ha camminato in una comunione perfetta con il Padre: «Io e il Padre siamo uno» (Giov. 10,30).
Ecco perché Yeshua dice a Pietro: «Non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio» (v. 17). La vera fede non nasce dall’intuizione umana: è un dono che scende dall’alto. È un incontro con Dio che cambia tutto.
Su questa rivelazione — su questa Roccia — Yeshua promette di edificare la Sua Kehillah, il Suo Corpo vivente, una comunità composta da molte membra e fortificata dalla Sua presenza. Una comunità che nessuna potenza delle tenebre potrà mai abbattere (v. 18).
Il messaggio è semplice, ma di una forza sorprendente: riconoscere Yeshua come il Messia promesso è il punto di svolta della nostra vita. È lì che tutto cambia. È lì che si apre la porta del disegno divino che attraversa la storia e trova il suo compimento in Lui.