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Bigamia nella Torah, requisiti sacerdotali e ministeriali

Contro i falsi miti e gli stereopiti legalistici
11 ottobre 2025 di
Bigamia nella Torah, requisiti sacerdotali e ministeriali
Yeshivat HaDerek, Daniele Salamone
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Introduzione

Pochi temi ecclesiali hanno generato tante semplificazioni — e tanta sofferenza — quanto la gestione dello stato civile dei ministri. In non poche comunità, la figura del «divorziato» è stata caricata di un sospetto generalizzato, come se la predicazione del Vangelo dipendesse da un certificato anagrafico più che dalla verità, dall’integrità e dalla vocazione. Il risultato è un paradosso pastorale: si pretende un rigore assoluto sul divorzio, ma si sorvola sulle altre qualifiche bibliche — irreprensibilità, sobrietà, prudenza, mitezza, capacità d’insegnare, governo della casa, non attaccamento al denaro — che la Scrittura pone con uguale, se non maggiore, enfasi (1 Tim. 3; Tt. 1).

Questo saggio intende rimettere ordine su tre snodi: (1) che cosa la Torah regola e non regola circa bigamia/poligamia; (2) quali vincoli coniugali richiede al sacerdozio; (3) che cosa significa davvero, nelle Scritture Apostoliche, la clausola «marito di una sola moglie» (mias gynaikos anēr). Mostreremo che essa è una clausola anti-poligamia, non un anatema indiscriminato contro tutti i divorziati o contro chi, legittimamente, si è risposato. Al contrario, la Scrittura non istituisce alcun divieto generalizzato alla predicazione per chi è divorziato o risposato; piuttosto, esclude chi mantiene contemporaneamente più mogli (poliginia) o vive nell’irreprensibilità compromessa. Il «divorziato» è tale finché resta single; nel momento in cui contrae un nuovo matrimonio lecito, lo status decade e subentra quello di «coniugato».

A essere disfunzionale — giuridicamente, eticamente, pastoralmente — è l’accumulo simultaneo di contratti matrimoniali attivi, non la sequenza di matrimoni legittimi. Questa impostazione, lungi dall’allentare l’etica, la precisa: mira all’unità del patto («una sola carne») e alla verità del cuore, che Yeshua stesso porta al centro della morale coniugale.


Bigamia/poligamia nella Torah: cosa regola davvero la Legge

Definizioni operative

Con bigamia intendiamo la presenza simultanea di due matrimoni validi da parte dello stesso uomo; con poliginia, il più ampio fenomeno di più mogli contemporanee. La Torah conosce entrambe le realtà e le regola senza per questo approvarle come ideale morale. È un punto fondamentale: nella prospettiva biblica, il peccato di adulterio non coincide con il semplice fatto di avere più mogli, ma con la violazione della moglie altrui (la donna sposata o fidanzata, nel sistema giuridico veterotestamentario). Da qui deriva un corollario: il divorziato risposato non è un «poligamo» — perché non detiene più contratti simultanei; la poligamia si configura solo quando coeistono contratti o uno status di concubinato che soggiace al medesimo capofamiglia, mentre il divorzio scioglie il patto e chiude lo status precedente. Il legame, in altre parole, è giuridico-pattizio (ketubah), non mistico-biologistico: finito il patto, cessa il vincolo; un nuovo patto apre un nuovo stato.

I testi normativi

In Deut. 21,15-17 si riconosce il caso dell’uomo con «due mogli», distinguendo tra «amata» e «odiata» e proteggendo i diritti del primogenito della moglie meno amata: un esempio limpido di limitazione del danno in un contesto non ideale. Es. 21,10 tutela i diritti della moglie (cibo, vestiario, rapporto coniugale) anche in presenza di un’ulteriore unione: la poliginia è contenuta da obblighi concreti. Deut. 17,17, d’altra parte, intima al re di non «moltiplicare le mogli», perché l’accumulo di harem corrompe il cuore e trasforma i legami familiari in strumenti di potere; la storia d’Israele, dal regno di Salomone in poi, ne fornisce conferme dolorose. La narrazione regale rende evidente che la poligamia non riceve una benedizione etica, ma una tolleranza storica; le sue conseguenze (gelosie, lotte di successione, sincretismi cultuali) sono giudizio intrinseco alla pratica.

Contesto del Vicino Oriente antico

La Torah non vive nel vuoto: la Mesopotamia conosceva contratti e codici che regolavano concubinato, dote, eredità (basti evocare il Codice di Hammurabi). Nelle scelte familiari dei patriarchi, la fornitura di una concubina da parte della moglie sterile non fu un capriccio, ma un gesto culturalmente codificato — con regole su verginità, status e integrazione domestica — che tutelava genealogia e patrimonio. La Torah, però, imprime una correzione rispetto al costume regio circostante: limita, argina, responsabilizza. E, soprattutto, ricentra lo scopo giuridico sul diritto del debole: della moglie non amata, del primogenito non favorito, della concubina e dei figli.

Tra tolleranza legale e ideale creazionale

La pagina fondativa resta Gen. 2,24: «una sola carne». Qui non c’è ragioneria familiare, ma un ideale teologico che, letto alla luce della rivelazione, orienta l’etica: unità ed esclusività. Anche Yeshua, nel corpo del Discorso della Montagna, chiama l’uomo a custodire l’integrità del cuore, collegando il non-desiderare «la moglie del prossimo» (Es. 20,17) con la radice intenzionale dell’adulterio: è l’altro patto che non va violato, non la semplice attrazione fra liberi. È già qui, nel ritorno all’origine e nel primato della coscienza retta, che la poligamia mostra tutta la sua inadeguatezza simbolica: moltiplica i centri di fedeltà, scompone l’unità del segno.

In definitiva, la Torah regola la poligamia per arginarne i danni, non per canonizzarla; riconosce casi di bigamia e concubinato senza trasformarli nel criterio; e, soprattutto, non confonde la poligamia con il divorzio seguito da un nuovo matrimonio: quest’ultimo non è poligamia perché non si danno contratti simultanei. La distinzione è decisiva per ciò che diranno le Scritture Apostoliche sui ministri (vescovi, diaconi ecc.).


Requisiti coniugali nel sacerdozio levitico

Se la sfera civile mostra tolleranza regolata, lo spazio cultuale esige una disciplina più stretta. Lev. 21 impone al kohen vincoli coniugali specifici. Non può sposare:

  • una prostituta;
  • una donna disonorata (stuprata)
  • o una donna ripudiata;
  • il Sommo Sacerdote deve prendere moglie vergine del Suo popolo.

Ez. 44 conferma e precisa questi filtri, sorvegliando discendenza e integrità simbolica della casa sacerdotale. La ratio è trasparente: chi media il santo deve rappresentare con trasparenza l’unità e la fedeltà dell’alleanza. Non è un caso, allora, se nel sacrato la poligamia è di fatto esclusa: l’ufficio richiede unità domestica e un segno nuziale non fratturato.

Importa notare che cosa non c’è: la Torah non esclude dal sacerdozio l’uomo divorziato in quanto tale (eventuali censure colpiscono alcune categorie di donne che il sacerdote non può sposare, non il fatto che lui sia stato sposato in passato). L’unico modo coerente, nello spazio cultuale, per evitare la poligamia — se una moglie non poteva dare figli — non era «aggiungere» mogli, ma procedere a un divorzio legale e contrarre nuovo matrimonio con donna idonea; è ciò che emerge dalla logica congiunta delle norme sacerdotali e dal contesto giuridico antico. In altre parole: anche nel santuario l’antidoto non è la poligamia, ma la monogamia sequenziale lecita.

Questa traiettoria illumina in controluce la prassi delle Scritture Apostoliche: se già nel Tempio si chiudevano vie di bigamia, quanto più nella comunità messianica, dove il ministro è segno dell’unico Sposo e del patto indiviso.


«Marito di una sola moglie»: clausola anti-poligamia

Le liste di qualifiche per vescovi e diaconi (1 Tim. 3; Tt. 1) condensano un profilo morale e domestico fatto di irreprensibilità, sobrietà, prudenza, dignità, ospitalità, capacità d’insegnare, mitezza, non violenza, non litigiosità, non attaccamento al denaro, buon governo della casa, prole ordinata e rispettosa, non noviziato: è un terreno intero, non un singolo paletto. Al suo interno compare la formula «marito di una sola moglie» (mias gynaikos anēr), che alcuni hanno piegato a divieto contro i divorziati e/o risposàti; altri l’hanno letta come obbligo positivo a sposarsi per esercitare il ministero.

Entrambe le derive si scontrano con la coerenza biblica. La formula, nel contesto mediterraneo dove poliginia e concubinato erano note, significa letteralmente «uomo di una sola donna»; letta insieme al resto delle qualifiche, indica un profilo di fedeltà esclusiva e non-poligamia. L’obiettivo non è far contabilità sul passato anagrafico, ma escludere chi mantiene contemporaneamente più mogli o vive in una situazione domestica disordinata che mina l’esemplarità comunitaria. Il testo, infatti, non vieta di per sé la vedovanza seguita da nuovo matrimonio; e, quanto al divorzio, la Scrittura non stabilisce nessun bando generalizzato all’esercizio del ministero per chi, legittimamente e senza frode, ha chiuso un patto e ne ha contratto un altro. Sia la logica pattizia biblica (il matrimonio esiste perché c’è un patto) sia la prassi sacerdotale veterotestamentaria depongono in questo senso.

Non solo. Non si deve impedire il ministero a coloro che predicano la verità dell’Evangelo solo perché sono divorziati o risposati; la clausola «marito di una sola moglie» «si riferisce chiaramente al divieto della poligamia, non a un veto anagrafico contro divorziati/risposati in quanto tali. Bisogna classificare come leggenda anche l’idea che l’apostolo Paolo obblighi i ministri ad essere sposati — era celibe lui stesso! Il fuoco delle qualifiche non è lo status civile, ma la verità morale e la stabilità domestica.

Divorzio, risposo, status giuridico

Sotto il profilo giuridico biblico, il divorzio è un atto formale (get) che scioglie il patto; la poliginia è, secondo la Scrittura, la co-esistenza di più legami matrimoniali legalmente attivi. Ne consegue che il divorziato è tale finché rimane senza nuovo patto; se si risposa, lo status diventa quello di coniugato. Confondere sequenza e simultaneità falsifica la categoria biblica e produce ingiustizia pastorale.

Il cuore della norma: l’esemplarità domestica

La ragione profonda della clausola è pastorale: chi non sa governare bene la propria casa, «come potrà aver cura della Kehillah di Dio?» (1 Tim. 3,5). L’unità familiare non è un vezzo privato, ma la prima "parrocchia" del ministro. Per questo l’apostolo insiste su mitezza, non litigiosità, sobrietà, prudenza: virtù che si vedono a tavola, nella stanza dei figli, nelle scelte economiche, nei conflitti. Nessuna di queste qualifiche, però, è sostituibile da un feticcio: dire «non è divorziato» non rende un uomo automaticamente capace d’insegnare, non violento, non attaccato al denaro; e viceversa, un uomo divorziato ma integro, riconciliato, stabile, coerente può essere più conforme al profilo biblico di un monogamo litigioso, avido, incapace d’insegnare. Proprio contro il fariseismo che fabbrica comandamenti non biblici e li impone «per impliciti», la tradizione evangelica mette in guardia con forza.


L’ideale monogamico come segno dell’unico patto

Che la monogamia sia l’ideale biblico non deriva solo da Gen. 2,24. La teologia profetica legge l’alleanza YHWH–Israele come nuziale; e la Kehillah, nelle Scritture Apostoliche, si comprende come Sposa di Yeshua: il vincolo è unico e fedele, in cammino verso la pienezza escatologica («Nozze dell’Agnello»). Ecco perché la poligamia è un segno stonato: moltiplica i riferimenti, offusca l’unità del simbolo, alimenta ingerenze di potere e di calcolo. Il sostrato etico-simbolico della rivelazione, dunque, fa convergere storia, profezia e sapienza verso una monogamia esemplare.

Questa convergenza non si traduce in un anatema sacralista contro chi ha un passato di separazione; al contrario, domanda verità e ricomposizione: se il patto è morto, non si può fingere unità; se un nuovo patto nasce legittimo, non lo si può trattare come bigamia. Il segno da custodire è l’unicità attuale della fedeltà; il resto è ipocrisia.


Obiezioni frequenti e chiarimenti necessari

Obiezione 1: “Paolo imporrebbe il matrimonio ai ministri”

Falso. L’apostolo non prescrive lo stato civile come requisito; indica un profilo morale e domestico. Se l’interpretazione «obbligo di sposarsi» fosse vera, Paolo stesso — celibe — «non sarebbe qualificato». L’argomento è assurdo e tradisce la logica delle liste pastorali.

Obiezione 2: “La clausola vieta ogni secondo matrimonio”

No: la lettura coerente con 1 Tim. 3; Tt. 1 e con l’intero quadro biblico è anti-poligamia. Vietare il nuovo matrimonio al vedovo o al divorziato (in ogni caso, senza discernimento) non è sostenibile né lessicalmente né teologicamente. Il punto è la fedeltà esclusiva attuale, non la contabilità biografica.

Obiezione 3: “Il divorziato risposato resta poligamo”

Confusione tra simultaneità e sequenza. Il divorzio scioglie il patto; il nuovo matrimonio inaugura un nuovo stato. La poligamia sussiste solo se l’uomo mantiene più vincoli contemporanei (consorti o concubine). La Scrittura — e la ricognizione storico-giuridica — lo chiariscono.

Obiezione 4: “La Torah vieta ai sacerdoti divorziati di servire”

La Torah non introduce un divieto generalizzato in tal senso; stabilisce quali donne il sacerdote non può sposare (prostituta, disonorata, ripudiata), ma non bandisce ipso facto il ministro divorziato dal suo ufficio. La coerenza del sistema cultuale preferisce, in caso di necessità, il divorzio (con nuovo matrimonio idoneo), non la bigamia.

Obiezione 5: “Meglio puntare tutto sul ‘non divorziato’: è più sicuro”

È un falso criterio. La Scrittura chiede molto di più: irreprensibilità, mitezza, capacità d’insegnare (e non tutti i "pastori" ce l'hanno eppure predicano indisturbati), non attaccamento al denaro, famiglia in ordine. Molti autoproclamati “difensori della santità” ignorano queste clausole decisive, erigendo un totem contro i divorziati mentre disattendono la sostanza dell’etica apostolica. È un fariseismo che la riflessione biblica denuncia con parole severe: introdurre comandamenti non biblici e imporli come impliciti è tratto tipico dei religiosi ipocriti.


Ritratto positivo del ministro

Vale allora riascoltare la musica d’insieme di 1 Tim. 3 e Tt. 1. Il ministero è esemplarità e servizio: si vede nella tavola domestica, nella gestione dei conflitti, nell’uso del denaro, nella parola che edifica e non ferisce. A nulla giova un certificato di assenza di divorzio se il ministro è litigioso, rissoso, avido, incapace di insegnare, bipolare e doppio nel parlare. Al contrario, un ministro che ha attraversato fratture e, nella verità, ha ricomposto la propria vita in fedeltà esclusiva può diventare segno credibile della grazia che ricostruisce.

La letteratura biblica, d’altronde, ci ammonisce che l’etica coniugale è più profonda delle sole forme legali: Yeshua sposta il fuoco sulla coscienza («Chiunque guarda una donna per desiderarla»). La comunità che confonde ideologia di facciata e santità reale finisce per proteggere forme e trascurare cuore e verità.


Linee pastorali per chiese che vogliono essere bibliche e giuste

  1. Distinguere con cura: poligamia ≠ divorzio ≠ risposo. Poligamia è contemporaneità; il divorzio scioglie; il risposo non moltiplica i patti. Questa grammatica non è pignoleria giuridica: è giustizia. Se il risposo implicherebbe due patti, nonostate il primo patto sia stato distrutto o sciolto, significa che la Bibbia accumula legittimamente due leggi divine: le tavole rotte da Mosè a piedi del Sinai e le nuove tavole date a Mosè alla vetta del Sinai!
  2. Applicare l’intero profilo di 1 Tim. 3/Tt. 1. Se un'assemblea locale sorvola su mitezza, non litigiosità, governo della casa, capacità d’insegnare, sobrietà economica, bipolarità ma scomunica il divorziato di principio, nega la Scrittura con la Scrittura.
  3. Valutare la storia, non lo stereotipo. Il divorziato non è di per sé colpevole: occorre conoscere cause, comportamenti, frutti di conversione. Il punto biblico è l’irreprensibilità attuale, non gli scheletri del passato.
  4. Evitare carichi non biblici. Non inventare divieti che Dio non ha posto: non si deve impedire a coloro che predicano la verità dell’Evangelo solo perché sono divorziati o risposati. È un principio chiaro, e merita di essere difeso contro mentalità malate e legalistiche.
  5. Combattere la poligamia reale, là dove esiste culturalmente. La prassi biblica non incoraggia sistemi paralleli di moglie-1/moglie-2: propone percorsi di verità, giustizia verso le donne e unità familiare — il contrario delle «moltiplicazioni» regali che tanto male hanno fatto in Israele.
  6. Custodire il segno nuziale del ministro. Il conduttore cristiano è icona vivente dell’unico patto tra Yeshua e la sua comunità: non poligamia (simultanea), sì monogamia fedele; e, se un patto è morto, non si fingono unità inverosimili: si ricomincia nella verità.

Denuncia della scorciatoia ipocrita

È tempo di parlare con franchezza evangelica: la crociata contro i divorziati è spesso un espediente per non occuparsi delle qualifiche che davvero contano. Si brandisce un’etichetta civile come clava morale e, intanto, si eludono i criteri apostolici: irreprensibilità, mitezza, capacità d’insegnare, sobrietà, non litigiosità, governo della casa, libertà dal denaro. È la più antica delle scorciatoie religiose: sostituire la virtù con il segno esterno, l’essere con l’apparire. Il risultato è un’illusione ottica: si colpisce ciò che è visibile, si risparmia ciò che è essenziale.

La fallacia è doppia.

  • Primo: riduzionismo. Si comprime l’intero profilo pastorale in un unico requisito arbitrario: «non essere divorziato». Ma ciò che la Scrittura non comanda non può essere imposto come precetto.
  • Secondo: equivoco categoriale. Si confonde lo stato civile (dato giuridico) con la qualità morale (abito virtuoso). Un uomo può aver chiuso un patto in verità e oggi vivere nella fedeltà esclusiva; un altro può non essere divorziato e tuttavia essere rissoso, avido, imprudente, incapace di insegnare, bipolare: precisamente ciò che esclude dal ministero.

Non è il certificato a fare il carattere; è il carattere a qualificare il ministero. Vige inoltre un principio logico e teologico: onus probandi. Chi vieta ciò che Dio non ha vietato deve portare prove testuali ben contestualizzate, non sospetti o consuetudini locali. Elevare il silenzio della Scrittura a proibizione è costruire un vangelo diverso. E c’è un criterio pastorale elementare: la verità si misura nel presente. «Chi non sa governare la propria casa, come potrà aver cura della Kehillah?» L’irreprensibilità si attesta nella condotta attuale, non in un’etichetta d’archivio. Diciamolo senza giri di parole: non è il passato a legittimare il pulpito, ma la fedeltà verificabile. La libertà dell’Evangelo va protetta proprio da quei «guardiani» che, condannando i divorziati, occultano la propria mancata conversione a tutte le virtù evangeliche. Chi ostacola questo, ostacola la grazia e tradisce la verità biblica.


Conclusione

Raccogliamo i fili.

  • La Torah conosce bigamia/poligamia e le regola: non le canonizza, ne limita i danni, protegge mogli e primogeniti, inserisce freni alla «moltiplicazione» dei legami, soprattutto in ambito regale. La poligamia rimane pratica tollerata che porta conseguenze; l’ideale resta «una sola carne».
  • Nel sacerdozio la disciplina è più stretta: vincoli matrimoniali precisi per kohen e sommo sacerdote; nessun incoraggiamento alla poligamia; e nessun bando generalizzato contro il ministro divorziato in quanto tale. Dove serviva evitare la bigamia, la via coerente non era «aggiungere» mogli alla maniera dei patriarchi, ma chiudere un patto e aprirne un altro lecito.
  • Nelle Scritture Apostoliche, «marito di una sola moglie» è clausola anti-poligamia e profilo di fedeltà esclusiva; non un divieto assoluto contro divorziati/risposati, né un obbligo a sposarsi per poter servire. Il divorziato è tale finché rimane single; se si risposa legittimamente, lo status diventa coniugato. È poligamo chi mantiene più mogli contemporaneamente; costui non è idoneo al ministero. Proprio a questo Paolo si riferisce.
  • Il criterio dirimente per il ministro è l’insieme delle qualifiche: irreprensibilità, mitezza, prudenza, capacità di insegnare, governo della casa, non litigiosità, non attaccamento al denaro, ospitalità, dignità, linguaggio non doppio. Puntare tutto su un etichetta civile e ignorare il resto è ipocrita e distrugge la credibilità della Kehillah.

L’esito è chiaro e, per molti, liberante: la Scrittura non penalizza i divorziati in quanto tali nella predicazione del Vangelo; proibisce invece, con decisione coerente, la poligamia per chi guida il popolo di Dio, perché il ministro rappresenta l’alleanza unica tra Yeshua e la Sua comunità. Difendere questa verità non è cedimento: è fedeltà alla rivelazione e giustizia verso le persone.

Lasciamo che le nostre assemblee siano più esigenti su ciò che la Parola chiede davvero — carattere, verità, casa in ordine — e molto meno severe su ciò che la Parola non chiede: divieti generalizzati fondati su stereotipi legalistici e fondamentalistici. Così, forse, torneremo a vedere ministri misericordiosi e forti, capaci di annunciare non un’etica di cartone, ma il Vangelo che guarisce, ricompone e rende una sola carne ciò che la durezza del cuore aveva lacerato.

Infedeltà coniugale e conseguenze nella Bibbia

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