Introduzione
Occorre dirlo senza esitazioni, con fermezza pastorale e lucidità esegetica: la Cena del Signore non è un gesto di mera socialità religiosa né un espediente pedagogico per «far sentire tutti inclusi». È un pasto d’alleanza: proclama e rinnova la comunione con Yeshua e con il Suo popolo, e perciò presuppone rigenerazione, fede confessata e battesimo in acqua consapevole (da adulti). Parteciparvi senza tali presupposti non è neutro: è un grave disordine che spezza il nesso tra segno e realtà, altera il linguaggio del patto e trascina le coscienze nel rischio di mangiare e bere «indegnamente» (1 Cor. 11,27-29). La questione non è l’ampiezza della misericordia — che resta massima nell’annuncio del Vangelo — ma la coerenza della pratica di fede (= fede accompagnta dalle giuste opere) con cui la Kehillah custodisce i segni del Messia.
Come sottolinea l'aposotlo Paolo, se già molti credenti del suo tempo faticavano a «discernere il corpo» (1 Cor. 11,29), quanto più tale difficoltà si manifesta tra i non credenti, che ancora non sono stati uniti al Messia per fede e non sono entrati visibilmente nella comunità mediante il battesimo in acqua (Rom. 6,3-5; Col. 2,12)? Perciò la prassi di ammettere indiscriminatamente «chiunque voglia» — non rigenerato, non battezzato, non confessante con la bocca che Yeshua è il Signore — va corretta con carità e prontezza: le basi vanno insegnate fin da subito, perché la mensa è il luogo in cui la Kehillah dice con gesti ciò che crede con la bocca.
Qal vachomer!
La giusta prassi da seguire va individuata dalla Torah, poiché è il fondamento di ogni opera e pratica di fede in YHWH-Yeshua.
Premessa minore (qal, cosa “più leggera”, in ombra)
Nell’Israele antico non chiunque poteva mangiare la Pasqua; solo chi portava il segno del patto. Lo straniero incirconciso era escluso; il gēr poteva partecipare dopo la circoncisione, divenendo come il nativo (Es. 12,43-48). La prassi fu ribadita alla vigilia dell’ingresso nella Terra Promessa (Gios. 5,2-10). Dunque, l’accesso al pasto dell’alleanza era condizionato da un segno identificante.
Premessa maggiore (chomer, cosa “più pesante”, compimento)
La Cena del Signore è il compimento pasquale (1 Cor. 5,7-8), «la nuova alleanza nel Mio sangue» (Lc. 22,20), e realizza comunione (koinonia) reale con il Messia e con il Suo corpo (1 Cor. 10,16-17). Il segno del patto nuovo non è la carne, ma la circoncisione del cuore operata dallo Spirito (Deut. 30,6; Rom. 2,28-29), pubblicamente assunta nel battesimo (Col. 2,11-12; Gal. 3,27), che inserisce visibilmente nella Kehillah. A questo pasto si accede discernendo il corpo (1 Cor. 11,28-29), cosa impossibile all’«uomo naturale» che non riceve le cose dello Spirito (1 Cor. 2,14).
Conclusione (kol she-kēn / “quanto più”)
Se persino l’ombra esigeva un segno d’ingresso per partecipare, quanto più la realtà compiuta esige il segno più alto (cuore circonciso dallo Spirito e battesimo) e l’appartenenza riconoscibile al Corpo del Messia. Ne segue che non chiunque può accostarsi alla Cena, ma chiunque sia nato di nuovo, abbia confessato la fede ed entri visibilmente nella comunità mediante il battesimo (At. 2.41-42). Diversamente, si mangia e beve contro il segno, incorrendo nel giudizio di malattia o morte (1 Cor. 11,27-32; Eb. 10:29)!
La Cena come pasto d’alleanza: continuità tra Antico e Nuovo
Il Tanakh insegna che i pasti sacri non sono «apericena spirituali», ma atti di patto. L’agnello pasquale è consumato da un popolo distinto, contrassegnato dal sangue e dalla circoncisione; «nessun incirconciso ne mangerà» (Es. 12,43-49), perché quel mangiare significa appartenenza. Sul Sinai, dopo l’aspersione del «sangue dell’alleanza», gli anziani di Israele «videro il Dio d’Israele [...] e mangiarono e bevvero» davanti a Lui (Es. 24,:6-11): la tavola è il suggello conviviale del patto già stabilito.
Yeshua assume e porta a compimento questa grammatica: «Questo calice è la nuova alleanza nel Mio sangue» (Lc. 22,20; 1 Cor. 11,25). Paolo esplicita: il «calice della benedizione» è «comunione (koinōnía) con il sangue del Messia» e il pane «comunione con il Suo corpo»; e poiché «vi è un unico pane», «noi, che siamo molti, siamo un solo Corpo» (1 Cor. 10,16-17). La Cena non crea l’alleanza in chi non c’è; la celebra in coloro che, avendo già creduto e confessato, sono stati uniti al Messia e ricevuti nella comunità. Chi non appartiene al patto non può legittimamente partecipare al Suo banchetto.
L’ordine evangelico
Il ritmo apostolico è costante: la Parola è annunciata, nasce la fede, segue il battesimo, e la persona entra nella dottrina degli apostoli, nella comunione e nel «rompere il pane» (At. 2:37-42). Non c’è scorciatoia che porti dall’udire direttamente alla mensa. In Samaria «credevano [...] ed erano battezzati» (At. 8,12); l’eunuco etiope, avendo creduto, «fu battezzato» (At. 8,36-38); a Filippi, la fede conduce al battesimo e alla gioia della casa, poi alla tavola condivisa (At. 16,31-34). La confessione pubblica («Se con la tua bocca avrai confessato», Rom. 10,9-10) non è un optional emotivo: è l’atto che rende la fede pubblica. Il battesimo è la soglia visibile: «richiesta di una buona coscienza fatta a Dio» (1 Pt. 3,21), «rivestirsi del Messia» (Gal. 3,27), passaggio in cui la Kehillah riconosce: «costui è dei nostri». Solo allora la mensa, segno di comunione, parla vero.
«Esaminare sé stessi» e «discernere il corpo»: 1 Corinzi 11 senza fraintendimenti
A Corinto la Cena del Signore era diventata teatro di contraddizioni: divisioni sociali, umiliazione dei poveri, fretta egoista (1 Cor. 11,18-22). Paolo risponde consegnando l’istituzione («Ho ricevuto dal Signore») e affiancando due verbi decisivi: «esaminare» e «discernere» (1 Cor. 11,23-29).
- L’esame non è introversione patologica, ma verifica della coerenza dell’accesso: sono riconciliato? mi accosto con fede? sto smentendo la Cena con la mia condotta? (1 Giov. 1,7-9).
- Il discernimento del corpo ha due piani inseparabili:
- (a) il corpo dato del Messia, realmente comunicato nel segno e ricevuto per fede;
- (b) il Corpo ecclesiale, che il pane unico rende visibile (1 Cor. 10,17; 12,12-27).
Ora, chi non crede e non appartiene (ancora) non può discernere né (a) né (b). Il suo gesto lo espone a un tipo di «giudizio» che si traduce in malattia e morte (1 Cor. 11,29-32):
Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono. Ora, se esaminassimo noi stessi non saremmo giudicati; ma quando siamo giudicati siamo corretti dal Signore, per non essere condannati con il mondo.
In «parecchi» morivano al tempo di Paolo e questo è terrificante! L’apostolo, infatti, recinta la mensa: «Aspettatevi gli uni gli altri»; chi ha fame mangi a casa (1 Cor. 11,33-34). È disciplina interna; non evangelizzazione esterna.
Tavola e disciplina: i confini dell’amore ecclesiale
«Non mescolarvi con chi, chiamandosi fratello, è…» — e Paolo elenca peccati manifesti — «con un tale non dovete neppure mangiare» (1 Cor. 5,11). Il principio abbraccia ogni comunione di tavola ecclesiale, e dunque a fortiori la Cena, che è la più alta. La disciplina non è durezza: è carità ordinata che salvaguarda in primo luogo il Vangelo del Messia, e poi la salute della Lehillah e la dignità dei segni (1 Cor. 5,6-8; Eb. 12,14-15).
Le chiavi — legare e sciogliere — non sono un simbolo vago (Mt. 16,19; 18,15-18): autorizzano la Kehillah a dire, con umiltà ma con autorità, chi è dentro i confini del patto e chi, per ora, è ancora fuori. Se questo vale per il fratello disordinato (2 Tess. 3,6.14-15), vale ancor più per chi non ha ancora varcato la soglia della fede e del battesimo.
Perché il battesimo è la soglia visibile della mensa
Alcuni temono che legare la mensa al battesimo «sacramentalizzi» troppo il gesto. Ma è proprio la Scrittura a stabilire che il battesimo è il segno d’ingresso («uno solo [...] un solo battesimo», Ef. 4,4-6). Non produce la vita — che è per grazia mediante la fede (Ef. 2,8-9) — ma visibilizza l’unione al Messia, così che la comunità riconosca il nuovo membro (At. 2,41-42). La Cena, segno di nutrimento e comunione, presuppone questo riconoscimento. Se elimini la soglia, dissolvi il «noi» ecclesiale in un indistinto che la Parola non conosce: «Poiché noi, pur essendo molti, siamo un solo Corpo, perché partecipiamo tutti a un unico pane» (1 Cor. 10,17). Il noi è un corpo riconosciuto: senza battesimo, la mensa mente.
Obiezioni frequenti e risposte pastorali
Di seguito esamino sinteticamente le obiezioni più ricorrenti di chi ritiene legittima la partecipazione alla Cena del Signore anche da parte di non credenti o simpatizzanti non ancora, a giusto titolo, accolti nella comunione ecclesiale mediante confessione pubblica di fede e battesimo in acqua.
«Yeshua mangiava con i peccatori» (Lc. 5,29-32)
Sì: quando Yeshua sedeva a tavola con pubblicani e peccatori, erano pasti ordinari, segni di misericordia e invito al ravvedimento, non riti di alleanza (Lc. 5,29-32; 15:2). La Cena è altra realtà: istituita da Yeshua per i discepoli, nel contesto pasquale, come segno dell’alleanza nel Suo sangue (Lc. 22,14-20). Lì non si “evangelizza” mediante il segno, ma si nutre chi appartiene già al patto. Confondere missione e sacramento-ordinanza equivale a mescolare generi, svuotando entrambi: la conversione nasce dalla Parola (Rom. 10,17), mentre la mensa proclama veramente e sigilla la comunione con il Messia e con il Suo corpo (1 Cor. 10,16-17; 11,26-29).
«La Cena potrebbe condurre alla fede»
No, troppo bello per essere vero. La fede nasce dall’ascolto della Parola, non dalla partecipazione ai riti-segni (Rom. 10,17). La Cena presuppone la fede e l’appartenenza: «annuncia» la morte del Signore ai già credenti e ne sigilla la comunione (1 Cor. 11,26). Usarla come «mezzo di conversione» confonde missione e sacramento, mente sul significato dell’ordinanza e mette a rischio gli invitati: «chi mangia e beve senza discernere il corpo, mangia e beve un giudizio su sé stesso», con esiti di infermità, malattia e morte (1 Cor. 11,29-30). Per i lontani, la via ordinaria resta: proclamazione, ravvedimento e fede, poi battesimo e ingresso nella comunione (At. 2,38-42).
«Il ladrone non fu battezzato» (Lc. 23,39-43)
Il ladrone è un’eccezione salvifica provvidenziale in extremis, non una norma per la vita ordinaria della Kehillah post-Pasqua e post-Pentecoste (Mt. 28:19-20; At. 2,38-42). Le eccezioni non abrogano i comandi: semmai li confermano. La descrizione di un racconto non è prescrizione di una norma. Inoltre, il ladrone non fu battezzato né si accostò alla Cena; invocare il suo caso per ammettere i non battezzati alla mensa è un nonsenso.
«Così siete esclusivi, non inclusivi. Yeshua era inclusivo!»
Al contrario: la vera inclusione non consiste nello spalancare la mensa a chiunque, ma nello spalancare il Vangelo a tutti. Si parte dall’annuncio che chiama tutti al ravvedimento, alla fede e al battesimo (At. 2,38-41); poi la Cena diventa segno e nutrimento dei rigenerati, non strumento di conversione. Così l’amore recinta la mensa non per escludere, ma per custodirne il senso e, proprio per questo, aprire la porta dell’Evangelo ai lontani, accompagnandoli fino all’ingresso visibile nella Kehillah.
«E i figli, coniugi e parenti dei credenti che non sono ancora battezzati?»
La Kehillah non “promuove” al pane per inerzia: accompagna con una catechesi paziente e chiara, affinché ciascuno passi dall’ascolto al ravvedimento, alla fede personale, alla confessione pubblica e al battesimo; poi alla mensa (1 Cor. 11,26-29). È un cammino educativo secondo Deuteronomio, quotidiano e intergenerazionale (Deut. 6,6-9):
Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.
Parola sul cuore, sulle labbra, nelle case. Nessun automatismo anagrafico o familiare, nessun “diritto acquisito”: c’è discernimento della comunità, esame di sé, riconciliazione fraterna. Solo così la Cena resta ciò che proclama: comunione reale nel Messia e nel Suo corpo, per edificazione e non per giudizio.
«Indegnamente» non è «indegno»: grazia e ordine
Paolo non dichiara «indegne» le persone; denuncia un modo indegno di partecipare (in realtà, nessuno è veramente degno!). Il testo è preciso: non un aggettivo che colpisce l’identità del comunicando, ma un avverbio che qualifica la maniera dell’accesso (1 Cor. 11,27). Nessuno è «degno» per merito; tutti siamo accolti per grazia (Ef. 2,8-9). Ma la grazia, proprio perché è grazia, non abolisce l’ordine dell’alleanza: lo istituisce e lo custodisce. Accostarsi «indegnamente» significa contraddire, col gesto, ciò che si proclama col segno; significa ricevere il pane e il calice senza fede, senza riconciliazione, senza appartenenza al Corpo che quel pane edifica (1 Cor. 10,16-17; 11,29). In tal caso, dice l’apostolo, «si mangia e si beve un giudizio su sé stessi», e Dio, che prende sul serio i Suoi segni, corregge persino con segni di deterrenza (malattia e morte) alcuni a Corinto «perché non siamo condannati col mondo» (1 Cor. 11,29-32). Non è superstizione: è pedagogia paterna.
Ne segue che l’esame di sé non è una patologica introversione, ma il discernimento evangelico della coerenza: credo in Yeshua? sono in pace — per quanto dipende da me — con i fratelli? sto chiedendo perdono dove ho offeso e perdonando dove sono stato ferito? (Mt. 5,23-24; 1 Giov. 1,7-9). È così che «discerno il corpo»: riconosco nel pane il corpo dato del Signore e, nello stesso tempo, il Corpo vivente che siamo noi, nel quale non posso disprezzare i poveri, ignorare gli ultimi, correre avanti senza attendere gli altri (1 Cor. 10,17; 11,33-34). Il contrario è «indegnamente»: fare della mensa un gesto privatistico, emotivo, o — peggio — uno strumento di legittimazione religiosa che bypassa la conversione.
La pastorale, allora, non dice «tutti avanti»; dice, con carità franca e speranza missionaria: «Se non credi in Yeshua e non sei stato battezzato, per ora astieniti. Resta con noi; ascolta la Parola che genera la fede (Rom. 10,17); avvicinati, domanda, lasciati accompagnare: desideriamo condurti alla confessione di fede e al battesimo, poi alla tavola» (Giov. 1,12-13; At. 2,38-41). Questo non è un «no» che esclude: è un «sì» alla vita vera, ordinato e misericordioso. Anche il credente che vive una frattura non sanata — un torto non riparato, un rancore coltivato — può scegliere, per un tempo, di astenersi: non per paura, ma per onestà verso il segno e per amore del Corpo; e, dopo la riconciliazione, riaccostarsi «con cuore sincero, in piena certezza di fede» (Eb. 10,22-25).
In sintesi, la dignità della Cena non misura la perfezione dei santi, ma la verità del loro accesso. La grazia ci ammette; l’ordine dell’alleanza ci forma. Partecipare degnamente non significa essere senza colpa, ma stare nel Vangelo: nella fede che riceve, nella comunione che riconcilia, nell’appartenenza che edifica. Così la Kehillah evita il sentimentalismo che profana e la durezza che esclude; custodisce i segni perché i segni custodiscano noi; e ogni volta che spezza il pane annuncia con sincerità ciò che crede con il cuore: «la morte del Signore, finché Egli venga» (1 Cor. 11,26).
Custodire la mensa: invito largo, recinto chiaro
Immagina la celebrazione. La Parola è proclamata e il Messia crocifisso e risorto è presentato con limpidezza: la Cena «annuncia» la Sua morte finché Egli venga (1 Cor. 11,23-26). Prima di distribuire i segni, il ministro offre un sermone breve e chiaro: che cos’è la Cena, che cosa presuppone, chi è chiamato ad accostarsi. Invita i credenti a esaminarsi nella verità (1 Cor. 11,28), a ricomporre fratture — ove possibile — prima dell’altare (Mt. 5:23-24), ad accostarsi «con cuore sincero, in piena certezza di fede», radunati e perseveranti (Eb. 10,22-25). Poi traccia i confini con carità: «Se oggi non sei un cristiano nato di nuovo e battezzato, non partecipare ai segni; non sei escluso, resta con noi, ma ascolta: desideriamo camminare con te verso il Messia».
Se occorre, bisogna esercita una disciplina dolce e ferma: chi persevera nel peccato manifesto viene amorevolmente trattenuto, per la sua salvezza e per il bene di tutti (1 Cor. 5,1-8.11-13; 2 Tess. 3,14-15). La comunità, intanto, si dispone come un solo Corpo: attende i più lenti, onora i poveri, evita gesti che umiliano e scandalizzano i piccoli; nessuno corre avanti, nessuno resta indietro (1 Cor. 11,33-34). I diaconi si muovono attenti verso malati e impediti; i genitori spiegano ai figli perché talvolta si attende: non esclusione, ma cammino verso confessione e battesimo.
Quando il pane è spezzato e il calice elevato, tutti comprendono il segno: un unico pane fa un unico corpo (1 Cor. 10,17). Così la mensa non banalizza la grazia: la custodisce, la proclama, la distribuisce in verità e amore.
La mensa come confessione vivente
Ogni Cena è teologia in atto: senza prolissità, proclama il kerygma — «il Messia è morto per noi, risorto per la nostra giustificazione, tornerà» (1 Cor. 11,26) —, attua la koinonia — «siamo un solo Corpo» e non un club o una folla indistinta (1 Cor. 10,17) — e rinnova la diathèkē — l’alleanza «nuova» ed «eterna» nel Suo sangue (Lc. 22,20; Eb. 13,20-21).
Per questo l’accesso indiscriminato non è carità, ma menzogna spirituale: fa compiere alla comunità una contraddizione performativa, come se si potesse proclamare ciò che non si crede e condividere ciò a cui non si appartiene. La vera misericordia custodisce il senso del segno, perché il segno custodisca la Kehillah. L’onore della mensa è l’onore del Signore della mensa: dove il pane unico costruisce un corpo vero, la verità dell’Evangelo rimane integra e la grazia non è banalizzata.
Nutrimento per i vivi, non surrogato di conversione
Yeshua promette la vita a chi «mangia» e «beve» il Figlio (Giov. 6,53-56); nello stesso discorso chiarisce che la fame e la sete dell’uomo si saziano credendo: «Chi viene a Me non avrà più fame, e chi crede in Me non avrà mai più sete» (Giov. 6,35). Dunque la Cena non sostituisce la conversione, né la provoca come un rito magico: ritma la vita dei già convertiti, confermando e nutrendo la comunione già ricevuta per fede. La Kehilah evangelizza con la Parola che genera fede (Rom. 10,17) e supplica come ambasciatrice: «Vi supplichiamo, in nome del Messia: siate riconciliati con Dio» (2 Cor. 5,20). Poi nutre i riconciliati con il pane e il calice. Solo rispettando questo ordine la liturgia resta sincera e la pastorale fruttifica nell’edificazione comune (1 Cor. 14,26).
Chi ministra la Cena del Signore?
La Cena del Signore è un dono affidato da Yeshua alla Sua comunità perché annunci la Sua morte «finché Egli venga» (1 Cor. 11,23-26). Non nasce come atto privato o iniziativa individuale, ma come gesto dell’assemblea radunata sotto una guida riconosciuta. Nelle Scritture Apostoliche non esiste un sacerdozio cultuale distinto che monopolizzi la presidenza del rito: la kehillah intera è «sacerdozio regale» (1 Pt. 2,9). Proprio per questo, però, l’esercizio della Cena richiede responsabilità pastorale: gli anziani/sorveglianti della comunità hanno il compito di custodire dottrina, ordine e disciplina (At. 20,28; 1 Pt. 5,1-3), e quindi presiedono la celebrazione o delegano credenti maturi quando la situazione lo richiede (per esempio in piccoli gruppi o per i malati).
Il criterio non è la “magia” di chi pronuncia le parole, ma l’ordine evangelico dell’assemblea. Paolo insiste che «tutto si faccia con decoro e con ordine» (1 Cor. 14,40) e che la Cena non sia snaturata da abusi, divisioni o superficialità (11,17-22.27-34). La guida pastorale serve a evitare proprio questi scivolamenti: chiarisce il senso biblico dei segni, invita all’esame di sé, tutela l’unità del Corpo, interviene se ci sono situazioni di peccato pubblico ostinato o di disciplina comunitaria (1 Cor. 5; 11,27-32; Eb. 13,17).
Le fonti dell’istituzione sono convergenti: nei Sinottici e in 1 Cor. 11 Yeshua prende il pane e il calice e comanda «Fate questo in memoria di Me» (Mt. 26,26-29; Mc. 14,22-25; Lc. 22,14-20; 1 Cor. 11,23-26). Gli Atti mostrano che i credenti «perseveravano [...] nel rompere il pane» e che la kehillah si radunava «nel primo giorno della settimana» per ascoltare la Parola e condividere i segni (At. 2,42.46; 20,7.11) (si tratta di un caso descrittivo, non prescrittivo). Non si tratta di un pasto qualsiasi né di un semplice ricordo simbolico: partecipiamo realmente, in modo spirituale e comunitario, al corpo e al sangue del Signore, e proprio per questo il gesto richiede discernimento (1 Cor. 10,16-17; 11,29).
Quanto ai partecipanti, la prassi apostolica unisce due elementi: fede e comunione visibile. Partecipano i credenti nati di nuovo, uniti alla kehillah mediante il battesimo e in pace con la comunità (At. 2,41-42; 1 Cor. 10,16-17). Chi è sotto disciplina o persevera in peccato non ravveduto è chiamato ad astenersi finché non vi sia riconciliazione e ravvedimento, per non «mangiare e bere un giudizio contro sé stesso» (1 Cor. 11,27-30). Questo non è esclusivismo, ma cura pastorale: la Cena, proprio perché è grazia, non può essere trattata come un gesto identitario vuoto o un rito socialmente rassicurante.
In pratica, la comunità si raduna, la Parola è esposta con chiarezza, e chi presiede — ordinariamente un anziano/pastore — spiega il senso dei segni, invita all’auto-esame, guida la preghiera di rendimento di grazie, e distribuisce pane e calice in modo sobrio e comprensibile. Laddove la kehillah affidi la conduzione a un credente maturo, lo fa come espressione della stessa responsabilità collegiale degli anziani: non si crea un “mini-sacerdozio” parallelo, si esercita una delega ordinata per l’edificazione comune. Nei contesti straordinari (case, piccoli gruppi, assistenza ai malati) rimangono intatti gli stessi criteri: centralità del Messia, unità della kehillah, chiarezza evangelica, ordine.
Così intesa, la domanda “Chi ministra la Cena del Signore?” trova una risposta semplice e biblica: la celebra la kehillah radunata; la presiede chi ne porta la cura pastorale — gli anziani — o chi da loro è incaricato. Il perché è altrettanto chiaro: la Cena appartiene al Signore, ed è segno dell’alleanza per l’edificazione del Corpo; ha bisogno di guida affinché resti ciò che è — annuncio del Vangelo reso visibile — e non scivoli in formalismi, improvvisazioni o forzature dottrinali.
Conclusione
Il filo è integro e resistente: dai pasti d’alleanza del Tanakh (Es. 12; 24) alla Cena nelle Scritture Apostoliche (Lc. 22,14-20; 1 Cor. 10–11), la tavola di Dio è grazia per chi appartiene all’alleanza. L’ordine apostolico — fede, battesimo, comunione, mensa (At. 2,41-42) — non è burocrazia evangelichese: è la sapienza con cui lo Spirito custodisce la verità del Vangelo nei segni. Perciò, chi non è nato di nuovo, non ha confessato la fede e non è stato ancora battezzato, non deve accostarsi alla Cena. Non perché «non degno» in sé, ma perché la Cena parla un linguaggio che, senza la fede e l’ingresso nel patto, non può essere compreso né pronunciato senza menzogna (1 Cor. 11,27-29; Rom. 10,9-10; 1 Pt. 3,21).
La soluzione non è irrigidire i cuori, ma istruire le coscienze. Le basi vanno insegnate subito: che cos’è la Cena, chi vi partecipa, come ci si prepara, perché talora ci si astiene? È atto di misericordia intelligente: preserva la gloria del Messia, la salute della Kehillah e l’integrità delle anime. Ai lontani non si nega la mensa: si offre il Messia; li si invita alla fede, li si accompagna al battesimo e, presto, li si accoglie con gioia alla tavola. Ai vicini si ricorda di discernere il corpo, attendersi, onorarsi (1 Cor. 10,17; 11,33-34), perché «voi siete Corpo del Messia, e membra di esso, ciascuno per parte sua» (1 Cor. 12,27).
Così la comunità non idolatra il segno, ma ne custodisce il telos (fine ultimo); non erige muri, ma edifica porte ben segnate; non esclude, ma convoca. E ogni volta che spezza il pane e alza il calice, annuncia con verità ciò che crede con il cuore: «la morte del Signore, finché Egli venga» (1 Cor. 11,26).