Introduzione
Nelle Scritture Apostoliche l’apostolo Paolo delinea in modo dettagliato le qualità richieste a chi aspira al ministero di vescovo e di diacono (ministro in generale). Le liste principali si trovano in 1 Tim. 3,1-13 e in Tt. 1,5-9, dove si richiede che il ministro sia «irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, assennato, costumato, ospitale, atto a insegnare [...] non violento, ma mite, non litigioso, non amante del denaro». Queste qualità o virtù, presenti anche nel testo del vescovo in Tito («irreprensibile, non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avaro [...] ospitale, amante del bene, sobrio, giusto, santo, temperant), derivano da precetti tipici della Legge e dei Profeti, e sono coerenti con l’insegnamento di tutta la Bibbia.
Nel presente articolo esamineremo punto per punto ciascuna di queste virtù, sia dal punto di vista esegetico (significato originale) che dottrinale, sottolineando come esse debbano considerarsi insieme e non isolate l’una dall’altra. Discuteremo inoltre l’uso improprio di un singolo requisito (per esempio il «marito di una sola moglie») per delegittimare ministri validi in altre aree (solitamente per fondamentalismo o invidia), ricordando che la Scrittura richiede integrità dell’intera persona e del carattere. L’analisi includerà anche paralleli nel Tanakh, in particolare nella Torah, dove già Mosè dava precetti analoghi per i capi di Israele (Es. 18,21 o Deut. 17,17) che dimostrano la coerenza tra Legge e Nuova Alleanza.
Fondamento veterotestamentario delle virtù del leader religioso
Prima di analizzare nel dettaglio l’elenco paolino, è utile notare che lo spirito di queste richieste si radica nel Tanakh. Per esempio, quando Mosè sceglie i giudici per Israele, ascolta il consiglio di suo suocero Ietro di «prendere uomini capaci [...] che temano Dio, fidati e che detestino il guadagno illecito». Il testo esprime chiaramente che un ministro e guida dev'essere capace, fidato, non amante del guadagno disonesto. Allo stesso modo, la legge mosaica impone al re di Israele di non «moltiplicare per sé molte mogli» né accumulare ricchezze eccessive. Deut. 17,17 prescrive: «non dovrà neppure avere molte mogli [...] affinché il suo cuore non perverta; neppure dovrà avere grande quantità di argento e d’oro». Qui già troviamo in nuce i principi della fedeltà coniugale (monogamia) e della moderazione economica che ritroviamo in 1 Tim. 3,2-3 e in Tt. 1,7. Anche il sacerdozio levitico presenta norme severe di moralità: per esempio il sommo sacerdote doveva sposare una vergine e non poteva prendere come moglie una vedova o una divorziata. Questo sottolinea l’idea che il leader religioso deve incarnare purezza e santità (anche se va osservato che tali precetti levitici erano specifici per il sacerdozio ereditario, non per ogni ministro laico). Nei Profeti, poi, Dio scandisce contro «i pastori che pascono sé stessi anziché il gregge» (Ez. 34), mostrando che un vero leader deve amare il popolo di Dio più di sé stesso.
In sintesi, Legge e Profeti pongono l’esercizio del comando dentro a qualità di timore di Dio, giustizia e integrità. Le liste paoline non sono quindi innovazioni estranee alla tradizione biblica: esse sono “fondamenti” (colonna e base della verità), coerenti con l’insegnamento divino dal Genesi fino ai Profeti e poi ai Vangeli.
I requisiti dell’anziano (vescovo) secondo 1 Timoteo 3 e Tito 1
Passiamo ora all’esame dei singoli requisiti. L’apostolo Paolo in 1 Tim. 3,2-7 elenca gli attributi richiesti al vescovo (epískopos, letteralmente «sorvegliante»), trasmessi ai credenti perché così deve comportarsi «nella casa di Dio» (il Corpo della comunità credente). In parallelo, Tt. 1,6-9 richiede che «il vescovo sia irreprensibile, come amministratore di Dio» e prosegue con altri qualificativi sovrapponibili a quelli di Timoteo. Esamineremo ciascuna voce in sequenza.
Irreprensibile (senza motivi di biasimo)
Il primo aggettivo di 1 Tim. 3,2 e di Tt. 1:7 è «irreprensibile» (gr. anégklētos), che indica l’assenza di capi d'accusa fondati. Il testo così ribadisce che il ministro deve avere una condotta morale e spirituale integra, tanto privata quanto pubblica. Non si tratta di pretendere la perfezione assoluta, ma l’impossibilità di essere giustamente criticati per questioni spirituali/dottrinali; in una parola, non deve esistere un'accusa fondata irrisolta nel suo percorso di vita ministeriale. Nel Tanakh, questa idea ricorda l’espressione della Giustizia di Dio, come nell’Eliseo che allontana l’inizio ingiusto (1 Re 8,42) o come nei fondamenti del giudizio equo (Lev. 21). Il ministro irreprensibile è infatti come un sacerdote che presenta sacrifici «senza macchia». Tale virtù si basa anche su un carattere coerente: come afferma Prov. 11,3, l’integrità conduce il giusto, ma la malvagità rovina il peccatore. L’anziano irreprensibile è quindi anche giusto e fedele (come poi si dice a Tt. 1,8, «giusto, santo, temperante»). In pratica significa che le azioni, le parole e i pensieri del ministro non devono fornire motivo di offesa o scandalo: egli deve camminare nel timore di Dio e nell’amore alla verità, rispecchiando la santità del Messsia.
Marito di una sola moglie (monogamia e fedeltà coniugale)
Subito dopo “irreprensibile” Paolo chiede che il vescovo sia «marito di una sola moglie». Questa espressione chiama all’attenzione non lo status civile, ma la fedeltà coniugale e l’assetto familiare del presente del ministro. L’esegesi del greco mias gunaikos andra indica proprio che l’uomo deve avere legalmente una moglie – una sola – e quindi non essere bigamo o poligamo. In altre parole, il ministro non deve coltivare contemporaneamente più legami matrimoniali. Ciò coincide con il comando dato ai re nella Torah: essi non dovevano «avere molte mogli», proprio per evitare che il loro cuore si allontani da Dio. Il contesto paolino rispetta dunque la norma veterotestamentaria che limita il numero dei coniugi.
Al contempo, è importante sottolineare cosa non significa questo requisito. Paolo non sta qui bandendo a vita i divorziati o i risposati dal ministero; piuttosto, afferma il principio della monogamia e della fedeltà alla propria consorte. L’esegesi coerente legge questo requisito nel senso di evitare contratti matrimoniali multipli attivi (un costume ancora presente nel mondo antico di Paolo), non certo di penalizzare chi ha subito il fallimento del matrimonio. D’altra parte, la legge mosaica infatti prevedeva le norme per il divorzio (Deut. 24,1-4) e lasciava possibilità di nuove nozze in condizioni particolari. Perciò il precetto paolino non si oppone in generale al secondo matrimonio dopo un divorzio – che biblicamente può avvenire se non in caso di «indecenza» da parte della moglie – ma condanna la pratica dell’avere una vita sentimentale-coniugale attiva con più donne contemporaneamente. In consonanza, Tt. 1,6 ripete lo stesso principio: «marito d’una sola moglie».
Questo tema è anche pastorale: oggi talvolta si è esageratamente focalizzati sul “divorziato” che predica, come se fosse automaticamente indegno di ministero. In realtà la Scrittura impone che il ministro sposato lo faccia bene e fedelmente; ma l’essere divorziato (e risposato) non è di per sé menzionato qui come impedimento. Al contrario, la Bibbia riconosce situazioni di ripudio giuridico e vincola il criterio centrale non alla storia matrimoniale, bensì alla qualità dell’attuale fedeltà. In questo senso, l’indicazione «una sola moglie» mira a garanzia di ordine familiare e stabilità di vita, piuttosto che a inseguire etichette sociali e stati civili. Non è l’aver avuto un divorzio a escludere il ministro, ma il disordine morale o il poliamorismo. Questo requisito quindi non si può distaccare dagli altri ed essere usato strumentalmente per delegittimare senza esame completo della persona. Anzi, se qualcuno punta unicamente su questo cavillo, dovrebbe chiedersi se egli stesso è conforme a tutti gli altri standard biblici richiesti.
Sobrio, assennato, temperante (padronanza di sé)
Un gruppo di termini affini sottolinea l’autocontrollo del ministro. 1 Tim. 3,2 chiama il vescovo «sobrio, assennato, temperante» (nel greco: nēphálion, gnómōna, egkrátes), mentre Tt. 1,8 usa «sobrio (in termini di moderazione), giusto, santo, temperante». Tutti questi aggettivi rimandano alla stabilità mentale e morale: un ministro dev'essere il padrone delle sue passioni (e quindi non soggetto a disfunsioni involontarie come patologie mentali), non alcolizzato né sconsiderato nei giudizi. Sobrio indica letteralmente l’astinenza dall’ubriachezza e più in generale la lucidità di mente; assennato (o «prudente») indica saggezza di pensiero; temperante (o egkrátes) indica la padronanza dei sensi e degli appetiti. Queste virtù riflettono il frutto dello Spirito in Gal. 5,22-23, dove leggiamo che tra i frutti dello Spirito c’è proprio il «dominio di sé» (o padronanza di sé, autocontrollo) e la «mitezza», qualità complementari a quelle elencate qui.
In più, la Bibbia spesso richiama il saggio modello di vita equilibrato: per esempio, Prov. 25,28 dice che l’uomo che non governa il proprio spirito è come città senza mura, e 23,20-21 ammonisce a non concedersi facilmente al vino, poiché «l’amore ai piaceri rende povero». In campo pastorale, un uomo di Dio «sobrio e temperante» non medita gesti avventati o eccessi di nessun genere: non è mosso dalle sue emozioni o dalle tentazioni, ma dalla Parola di Dio e dall’amore per la Kehillah. È infine degno di nota che, sempre in Tt. 1,8, lo stesso vescovo è definito «giusto e santo» – quindi immune da bugie, mezze verità o compromessi morali – ma subito seguito da «temperante», segno che l'integrità dev'essere accompagnata da autocontrollo. In breve, il vescovo dev'essere un esempio di equilibrio e saggezza quotidiani.
Ospitale e amante del bene
Un’altra coppia di termini sottolinea il tratto relazionale e morale: il vescovo dev'essere «ospitale» (ossia capace di accogliere estranei, poveri e viandanti, non tanto l'invito a pranzo dell'amico) e «amante del bene» (gr. philagathos). L’ospitalità è un valore ricorrente nella Scrittura: Abraamo aprì la sua tenda ai tre angeli e Lot accolse i misteriosi pellegrini (Gen. 18-19), Giacobbe ospitò segretamente l’angelo (Gen. 32,24-30), e nei primi cristiani la carità verso i fratelli e i forestieri era un segno distintivo (Rom. 12,13, Eb. 13,2). Un ministro ospitale dimostra carità pratica: mette a disposizione tempo, casa o risorse ai bisognosi, incarnando l’amore del Messia verso il prossimo. L’espressione «amante del bene» (solo in Tt. 1,8) indica che ama ciò che è buono, giusto, virtuoso, e in questo caso ama soprattutto le azioni che fanno del bene agli altri (dal greco agathos).
In altre parole, il vescovo deve prediligere il bene comune e sostenere ciò che è moralmente buono. Questo tratto contrasta con l’indifferenza o l’animosità verso la giustizia: è quasi un riassunto del comandamento dell’amore verso il prossimo (Mc. 12,30-31). Il Tanakh dice in Is. 61,1 che il Messia porta un «vangelo agli umili», cioè porta ospitalità spirituale (anima dell’Evangelo è accoglienza). Un esempio pratico è quello degli esuli: gli Israeliti dovevano ricordare di essere stati stranieri in Egitto e mostrare accoglienza agli stranieri (Es. 22,21; Lev. 19,34). Il requisito paolino porta quindi lo stesso spirito: se il capo del popolo di Dio non è caritatevole, le vie della grazia resteranno chiuse.
In conclusione, un pastore secondo Dio promuove l’accoglienza e si impegna concretamente «nel fare ciò che è bene» (Tt. 2,14), come riflesso della bontà di Dio.
Capace a insegnare (capacità didattica e dottrinale)
Il requisito «capace a insegnare» (1 Tim. 3,2) sottolinea una competenza specifica del ministro: dev'essere capace di spiegare la dottrina correttamente e senza compromessi e, soprattutto, capace a incoraggiare e ad accertarsi che la comunità metta in pratica l'insegnamento biblico. Letteralmente il greco didaktikos significa «idoneo ad insegnare». Il pastore non è solo amministratore o guida spirituale, ma anche istruttore della fede. Deve quindi conoscere la Parola, comprenderne i principi, ed essere in grado di comunicarli con chiarezza. Nessuna quantità di carisma può sostituire una sana dottrina: come avverte Paolo, l’anziano deve tenere saldo il fiume della Parola e aver cura che essa venga trattata con purezza (Tt. 2,7-8). L’Epistola di Giac. 3,1 ammonisce che chi insegna sarà giudicato con maggiore severità, proprio perché ha responsabilità di formare gli altri. Nel contesto paolino, «essere capace di insegnare» significa non solo offrire consigli morali, ma spiegare la Scrittura stessa e il modo in cui va messa in pratica. Esempio biblico: Priscilla e Aquila insegnarono ad Apollo i dettagli del Vangelo (At. 18,26), mostrando che la competenza viene perseguita con studio e umiltà. Nel profetismo del Tanakh, se un profeta non parlava a Nome di Dio, veniva definito menzognero (Ger. 23,30) e passibile di morte. Allo stesso modo, il vero ministro deve consegnare la verità di Dio con integrità.
Questa virtù, infine, esige che il vescovo sia non un ignorante, ma un «esercitato nelle Scritture» (2 Tim. 3,15) e pronto a trasmetterle in insegnamenti fedeli. Senza questa capacità dottrinale, tutti gli altri requisiti rimarrebbero privi di fondamento evangelico.
Non dedito al vino (sobrietà)
Un altro requisito parallelo (sia in 1 Tim. 3,3 che in Tt. 1,7) è che il ministro non sia «dedito al vino». Letteralmente, non dev'essere un oinophtheges (ubriacone). Questo raccomanda un comportamento di moderazione assoluta nel bere: il pastore non indulga nell’alcol fino al vizio. Tale ammonimento trova eco in Prov. 20,1: «Il vino è rissoso, il liquore è tumultuoso; chiunque se ne inebria non è saggio». La Scrittura mette in guardia spesso dai pericoli dell’alcool (Is. 28,7; Gal. 5,21) non per proibizione assoluta ma per evidenziare come l’ubriachezza instauri disordine: una persona ubriaca può dire o fare cose vergognose, come il ruggito di un leone che eccita la collera altrui (Prov. 20,1—22,16). Per un ministro, la mancanza di controllo sugli impulsi comprometterebbe gravemente il suo ministero e la sua reputazione. Nella Torah stessa, si prescriveva ai sacerdoti di non bere vino mentre esercitavano il culto (Lev. 10,9). In pratica questo requisito richiede non tanto il teetotalismo rigoroso, quanto una cautela esemplare: il ministro deve dare il buon esempio di chi governa sé stesso. Inoltre, nel contesto degli elenchi, la sobrietà si collega all’essere «sobrio» (che abbiamo visto), formando un criterio complessivo di controllo e chiarezza di pensiero. Un uomo di Dio può bere con moderazione come uno qualsiasi, ma non diventerà mai schiavo dell’ebbrezza: la sua integrità mentale è indispensabile per discernere, guidare e esortare.
Mansueto (mite, non violento) e non litigioso
Un altro insieme di termini nei versetti di Paolo evidenzia l’atteggiamento verso gli altri: il ministro dev'essere «mite, non litigioso, non violento» (1 Tim. 3,3), mentre in Tt. 1,7 si dice «non manesco» (cioè non percuotitore, mē plegtēs) e «non iracondo» (non pronto ad ira). In sostanza, il ministro non deve ricorrere alla violenza fisica o verbale per imporre la sua autorità, ma deve agire con dolcezza e pazienza. Mansuetudine è un termine biblico: Yeshua stesso afferma «Imparate da me, perché sono mite e umile di cuore» (Mt. 11,29). Gal. 5,22 include la «mitezza» (gentilezza) fra i frutti dello Spirito. In Tt. 3,2 è detto: «non maledicano, non siano litigiosi, ma moderati, mostrando ogni mansuetudine verso tutti», incoraggiando il credente a non rispondere alle offese ma anzi a sottomettersi alla saggezza divina. Un ministro senza mansuetudine farebbe l’opposto di quello che Paolo insegna; proverebbe severità o aggressività che allontana i cuori anziché vincerli. Le parole «non litigioso» (o «non contendente», gr. amachōnos) evidenziano inoltre che il vescovo non è un litigante: non scandalizza nessuno. Anche Prov. 15,1 insegna che «una parola dolce calma la collera», implicando che l’amore fraterno richiede pazienza, non aggressività. In ambito pastorale, un ministro mansueto è capace di correggere senza far sentire offesi, di sopportare le contraddizioni senza indignazione. Infine, la frase «non violento» (inoikos nel testo greco) significa «non amante della violenza»: ciò richiama che il ministro deve evitare tutto ciò che è coercitivo o prevaricante, anche in giudizio.
In breve, la mansuetudine e l’assenza di litigi verbali e/o corporali formano il carattere amorevole del pastore secondo il Messia, che «non alzava la voce né spezzava canne incrinate» (Is. 42,2). In tal senso Paolo ribadisce due volte (1 Tim. 3,3; Tt. 1,7) che il vescovo non deve essere scortese o aggressivo: egli guida per grazia, non per forza. Non umilia con cattiveria mascherata da pseudo-amore, ma risolleva con grazia vestita di Spirito Santo.
Non amante del denaro
L’ultima caratteristica generale di 1 Tim. 3,3 è che il vescovo non sia «amante del denaro». Letteralmente, l’amore verso il danaro (philarguros) è messo fra i comportamenti esecrati. Un ministro dovrebbe disprezzare la ricchezza ingiusta e vivere nella semplicità cristiana. Nelle Scritture Apostoliche la corruzione finanziaria dei capi religiosi è un problema ripetuto (gli esempi dei sacerdoti venduti in onore di Gerusalemme o il mercimonio nel Tempio di Giov. 2,13-17), perciò questo comando riprende la Legge che richiedeva onestà nei pesi e nelle misure. La Scrittura avverte che «l’amore per il denaro è radice di ogni specie di mali» (1 Tim. 6,10) ed è facile che produce cupidigia. L’apostolo ammonisce invece all’anziano di essere «di buoni costumi» anche nell’uso dei beni, condividendo coi poveri e non mettendo i propri interessi finanziari al di sopra del servizio di Dio.
Analogamente, gli antichi legislatori proibivano ai giudici di accettare tangenti, perché un mentuccio li avrebbe sviati dall'applicare la giustizia. È importante notare che il requisito paolino non proibisce la ricchezza personale in sé (molti servitori di Dio possedevano beni, come Abraamo o Lazzaro con il Leone di Davide), ma denuncia l'avidità: un ministro non sia motivato dalla ricerca di profitti disonesti né dalla bramosia di guadagno, perché tale desiderio dev’esser estraneo a chi serve Dio. In pratica, questo richiede che il denaro sia usato con trasparenza e generosità, non come strumento di dominio o corruzione. Il leader che ama il danaro metterebbe in secondo piano i fedeli e Dio stesso, contraddicendo l’esempio del Messia che, pur essendo ricco, si è fatto povero per noi (2 Cor. 8,9).
Buona gestione della famiglia
Subito dopo aver richiamato il non amore del danaro, Paolo aggiunge che il vescovo deve «governare bene la propria famiglia e tenere i figli in sottomissione con tutta reverenza» (1 Tim. 3,4). Questo versetto spesso può essere trascurato, ma è in realtà decisivo: esso mostra che la propria casa è un laboratorio in miniatura del ministero. Se un uomo non riesce a far obbedire i suoi figli e a guidare la sua famiglia con giustizia e amore, come potrà avere cura della «Kehillah di Dio»? Il testo ribadisce implicitamente che un leader e insegnante deve saper amministrare prima di tutto ciò che gli è vicino, e ha responsabilità verso i suoi familiari. Ciò significa che i figli devono essere disciplinati ed educati nella fede, e la moglie (se sposato) dev’essere rispettata.
Nel contesto della Legge, esisteva il principio che il capo d’Israele doveva trattare la sua famiglia con giustizia (Deut. 21,18-21 dà istruzioni sulla punizione del figlio ribelle). Nelle letterature del giudizio di Dio, anche il giudice che discrimina i suoi figli o tratta ingiustamente i parenti veniva condannato. Qui il pastore è “amministratore” non solo della comunità ma in primo luogo della propria casa. In pratica, questo requisito implica che un leader credibile abbia preceduto gli altri servendo bene in famiglia, sia coerente anche tra parenti e non mostri favoritismi. Un marito disinteressato dei propri figli o scontroso verso la moglie difficilmente sarebbe carismatico di fronte alla congregazione. Per i diaconi, Paolo ripete lo stesso principio (1 Tim. 3,12): «i diaconi siano mariti di una sola moglie, e governino bene i loro figlioli e le loro famiglie». Insomma, la vita familiare è il primo banco di prova del vero ministero: essa deve rispecchiare una sana autorità educativa fondata sull’amore e sulla disciplina cristiana.
Non novizio (maturità spirituale) e buona testimonianza esterna
Infine 1 Tim. 3,6-7 aggiunge due avvertenze complementari: innanzitutto che «non sia novizio, altrimenti, divenuto gonfio d’orgoglio, caderà nella condanna del diavolo»; in secondo luogo, che abbia «buona testimonianza da quelli di fuori». La prima indica che un leader non deve essere un neofita della fede, un convertito recente; perché la crescita nella grazia aiuta a maturare umiltà e discernimento. Un novizio che entra in carica di ben presto potrebbe infatuarsi del proprio ruolo e sentirsi infallibile, correndo il rischio di cadere nella trappola dell’orgoglio, condannato dall’opera del diavolo (così Paolo mette in guardia). È noto che una mente giovane nella fede può facilmente scivolare nell’arroganza se si sente improvvisamente gratificata dal prestigio ministeriale. Per questo motivo occorre avere una credibilità cristologica consolidata (magari anche attraverso esperienze di servizio o maturità, come appare in 2 Tim. 2,2: «affidate questi compiti a uomini affidabili, capaci di insegnare gli altri»).
Il secondo punto ribadisce che anche gli «uomini di fuori» (non solo i credenti) dovrebbero tenere in buona considerazione il vescovo. Un ministro di Dio non vive in un’isola: la sua reputazione pubblica è un indice importante. Se uno è irreprensibile in casa ma nota che i vicini o i commercianti lo accusano di malefatte (purché le accuse siano legittime), allora qualcosa non va. Al contrario, la «buona testimonianza da quelli di fuori» indica che persino il mondo dovrebbe riconoscere onestà e virtù in lui. Questo richiama anche la massima biblica di Paolo in Flp. 2,15 di «brillare come astri nel mondo in cui viviamo», ossia mostrare un vivere cristiano limpido. Un analogo concetto lo troviamo anche nei proverbi (Prov. 22,1: «un buon nome vale più di ricchezze»), che già evidenziano quanto sia preziosa la reputazione. Dunque, anche in questo caso, il requisito di leadership ha riscontro nella Legge: chi giudica la comunità deve avere lode universale.
Riassumendo, l’elenco di 1 Tim. 3,2-7 e di Tt. 1,5-9 attribuisce al vescovo un ritratto a 360°: al contempo uomo di preghiera e dottrina, di zelo ma di dolcezza, guidatore della comunità ma servitore umile. Nessuna di queste qualità può prevalere sulle altre. In verità, Paolo stesso concepisce questi requisiti come pezzi di un unico gioiello: per esempio la semplicità di cuore (ospitalità, amore al bene) è inconcepibile senza purezza di dottrina e sobrietà; la nobiltà di condotta familiare perde senso se si vive per il denaro; la mansuetudine viene comprensibile solo se la fede è salda e matura. Ciascun tratto rafforza gli altri, ed è per questo che Paolo li elenca insieme.
I requisiti del diacono
Accanto all’anziano, Paolo descrive anche le virtù dei diaconi in 1 Tim. 3,8-13. Qui troviamo un elenco paritario:
i diaconi debbono essere dignitosi, non doppi in parola, non proclivi a troppo vino, non avidi di guadagni illeciti; uomini che custodiscano il mistero della fede con coscienza pura [...] Siano prima provati; poi, se sono irreprensibili, assumano il ministero.
Molte di queste caratteristiche ripetono quelle degli anziani: dignità (axios), sobrietà, onestà economica. In più si aggiunge la fedeltà alla verità di fede (to-musterion tēs pisteōs), come a dire che il diacono vive in modo coerente ciò che predica nella liturgia. Dopo la prova (periodo di valutazione), i diaconi «se sono irreprensibili», cioè se non vi è nulla da obiettare, possono essere formalmente nominati. Per le diaconesse (o mogli di diaconi) si richiedono a loro volta decoro, sobrietà, fedeltà di tutto (1 Tim. 3,11). Infine il versetto 12 afferma: «I diaconi siano mariti di una sola moglie, e governino bene i loro figlioli e le loro famiglie». Si noti la perfetta sovrapposizione con il vescovo: anche il diacono dev'essere monogamo e buon capofamiglia, altrimenti non governerebbe bene. Questo dimostra che Paolo applica a entrambi i ministeri fondamentali la medesima misura di santità personale.
In pratica, tutto ciò significa che i diaconi, come gli anziani, devono incarnare integrità morale, competenza spirituale e maturità di vita. In una prospettiva pastorale, il ruolo del diacono è servire l’assemblea praticando la giustizia (At. 6,1-6) e questo non può essere fatto se non possiede indole rispettabile, veridica e caritatevole. Da ultimo, il premio promesso ai diaconi irreprensibili («acquisteranno un buon grado e grande libertà nella fede nel Messia Yeshua» 1 Tim. 3,13) sottolinea la grande dignità di questo ufficio se svolto con virtù.
La coerenza globale e le implicazioni pastorali
Dal quadro biblico emerge con chiarezza un principio fondamentale: non è mai lecito isolare un solo requisito per giudicare la legittimità di un ministro. L’Apostolo non permette che la conformità a una singola virtù valga più della conformità complessiva a tutto l’insegnamento delle Scritture. Per esempio, come sopra ricordato, non si può sostenere che il pastore sia indegno solo perché in passato divorziato o si è risposato, ignorando magari la sua dedizione alla fede e la santità di vita (come guidano i paramenti del vescovo). La lista paolina pone sullo stesso piano «marito di una sola moglie» e «irreprensibile», «gestione della famiglia» e «capace di insegnare». Tutti i punti devono concorrere: un uomo che è «marito di una sola moglie» ma è ubriaco o amoreggia con il denaro non soddisfa il ministero. Viceversa, un divorziato che dimostra mansuetudine, sapienza e carattere irreprensibile sfugge alla contestazione se si limita quell’affermazione fuori contesto. Dio non chiama all’ufficio ministeriale persone mediocri in tutte le qualità, e di converso non esclude chi è carico di virtù solo perché manca in qualche aspetto isolato e per di più decontestualizzato nel suo significato (Paolo non penalizza il divorziato né le seconde nozze, ma la poligamia e l'infedeltà coniugale).
Una visione integrale appare persino più evidente alla luce dei principi veterotestamentari: gli anziani della sinagoga erano spesso chiamati «uomini ben noti» (At. 6,3) – cioè con reputazione generale impeccabile – e i saggi testimoni di Es. 18,21 erano «uomini capaci, timorati di Dio, fidati, che odiano il guadagno illecito», non una qualità sola. Yeshua stesso criticò i farisei che osservavano qualche precetto alla lettera ma scordavano gli altri («dov’è la misericordia?», Lc. 11,42). Allo stesso modo, la congregazione cristiana non deve trascurare una virtù per accentuarne un’altra.
In termini pastorali, è triste che oggi si vedano situazioni in cui alcuni credenti, magari privi delle doti predicate (per esempio, non sanno insegnare bene, non sono mansueti, sparlano e seminano zizzanie tanto in assemblea quanto in famiglia), si arrogano il diritto di annullare tutto il ministero di un fratello basandosi solo sul requisito del matrimonio mal interpretato. Tale disapprovazione unilaterale contraddice lo spirito delle Scritture. In ambito pastorale bisognerebbe invece promuovere una valutazione corale: un candidato ideale dev'essere «irreprensibile e monogamo, sobrio, assennato» e così via in tutta la lista. Un divorzio lecito e risarcito, per quanto rilevante, entra nella categoria di questioni da valutare con discernimento sulla base dell’intera vita di fede e dei fondamenti biblici (ricordando che anche nel Tanakh la rottura coniugale era disciplinata ma non reputata di per sé eretica, cfr. Deut. 24). In ogni caso, se la difficoltà è la mancanza di capacità di insegnare (e anche quella di capire, evidentemente) o di profonda devozione, queste vanno affrontate anch’esse, e non messe in secondo piano grazie a scuse sul matrimonio.
Allo stesso modo, la buona testimonianza esterna mostra come ogni credente è chiamato a condurre vita limpida sul palcoscenico del mondo. Paolo avverte: un ministro il cui stile di vita onora Dio sarà un argine per satana; al contrario, chiunque manchi gravemente in una o più virtù «cade nella condanna del diavolo». Ciò implica che la comunità deve vigilare e incoraggiare i ministri a crescere in ciascuna area e a non aver paura di dire "stai sbagliando" e nemmeno trattenersi dall'onorare con elogi verbali la buona condotta. Non si tratta di un formalismo, ma di realizzare «il mistero della pietà» in chiave di vita quotidiana (1 Tim. 3,16).
Infine, ricordiamo che questi princìpi non sono meri ideali teorici, ma hanno applicazione pratica immediata. Un ministro chiamato da Dio dimostra vocazione vera non solo esprimendo frasi religiose, ma portando «frutto di opere buone» e mostrando umiltà servizievole. Se, al contrario, qualcuno usa questi versetti come scudo per nascondere il proprio orgoglio o la propria incapacità, è il vero scandalo biblico. L’insegnamento evangelico ci sprona a «fare il bene, non trascurando l’ospitalità» (Eb. 13,2) e a «purezza del cuore» (Mt. 5,8), così come comandano le liste paoline. Il ministro degno di questo nome è colui che, sulla scia del Messia, «non dirotta la strada del Signore» di nessun membro del suo gregge, non scandalizza le pecore del gregge altrui, ma cammina con lui sul sentiero tracciato da Dio.
Conclusione
Il ritratto scritturale del ministro di Dio è costituito da un insieme coerente di virtù: integrità morale, sapienza, dominio di sé, amore fraterno, responsabilità familiare e competenza dottrinale. Nessuna caratteristica vale più di un’altra; a Dio importa la globalità del carattere: la santità richiede questo livello di impeccabilità, nessun moscerino deve contaminare l'intera botte di vino. Basta un solo moscerino, come avvenuto con Mosè, per giocarsi la Terra Promessa.
Le liste di 1 Tim. 3 e di Tt. 1 risuonano come il contrassegno di un uomo «colonna e base della verità», capace di puntellare la fede dei fratelli. Se trascuriamo anche una sola di queste richieste, perdiamo la misura di ciò che significa servire Dio con onore. L’Esame attento di ogni virtù – dall’irreppensibilità al saper insegnare – ci sollecita a formare ministri equilibrati, non a creare classi di eletti. Quel che conta è un ministero accreditato non dalle regole umane ma dalla chiamata divina confermata da frutti coerenti. Possa la Kehillah applicare questo insegnamento con prudenza: valorizzando ogni virtù cristiana senza trascurarne alcuna, e spronando anziani e diaconi a esemplificare sul serio il Vangelo che annunciano con la propria vita di fede vissuta. Con questa completezza di esame, così rigoroso e insieme chiaro nelle implicazioni, la comunità evangelica resta fedele al solenne “non contraddizione” che Yeshua ha insegnato: non contraddire la grazia con pretese legalistiche (Mt. 23,3), ma neppure indebolire la santità con leggerezza. In tal modo la vocazione ministeriale rimane salda nell’umiltà, come vincolo santo tra Dio e il Suo popolo, alimentata da tutte le virtù elencate dall’apostolo.
Le virtù del ministro di Dio secondo la Scrittura
Guarda il seminario integrale di 3 ore ispirato a questo articolo: nei tre moduli video troverai un’analisi più ampia e approfondita dei contenuti qui presentati.
Parte 1
Parte 2
Parte 3