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Parashah Ki Tavo (Deuteronomio 26,1–29,8)

Servire YHWH con gioia come snodo di benedizione o crollo
27 dicembre 2025 di
Parashah Ki Tavo (Deuteronomio 26,1–29,8)
Yeshivat HaDerek, Daniele Salamone
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Introduzione

C’è un modo “religioso” di ubbidire che, col tempo, smette di dare vita. Si continua a fare ciò che è giusto, si resta dentro un perimetro di pratiche, si mantengono abitudini sane; però la gratitudine si assottiglia, l’anima si irrigidisce e la relazione con Dio diventa prestazione. La parashah Ki-Tavo mette le mani proprio lì: non si limita a chiedere obbedienza, ma smaschera un’obbedienza senza gioia come un problema spirituale serio, perché tradisce una memoria corta e un cuore che ha dimenticato l’abbondanza.

Il punto decisivo è espresso in una frase tagliente: «perché non avrai servito YHWH, il tuo Dio, con gioia e con allegrezza di cuore, nell’abbondanza di ogni cosa» (Deut. 28,47). Ki-Tavo, la haftarah di Is. 60 e l’inizio del ministero pubblico di Yeshua in Mt. 4 possono essere letti come un unico percorso: dalla gratitudine che genera gioia, alla luce che torna a splendere, fino al Messia che inaugura una forma di servizio capace di guarire.

Se la mancanza di gioia corrode il servizio, allora la domanda non è “come diventare più disciplinati”, ma “come tornare liberi dentro un servizio disciplinato”.


Parashah (Deut. 26,1–29,8)

Gioia come segno di libertà

Ki-Tavo inizia con un gesto semplice e concreto: portare le primizie. Chi presenta i bikkurim (primizie) racconta pubblicamente da dove viene, confessa la fragilità delle origini e riconosce che la terra e il bene ricevuto non sono un diritto automatico (Deut. 26,1-10). Poi il testo aggiunge una conseguenza morale e affettiva: «ti rallegrerai per tutti i beni che YHWH, il tuo Dio, avrà dato a te e alla tua casa» (26,11). La gioia è la forma matura della gratitudine. Se mi ricordo chi ero e da dove mi ha tratto YHWH, il servizio non nasce dalla paura di perdere, bensì dalla libertà di chi ha ricevuto.

Questa gioia, però, non resta privata. Subito dopo, la parashah lega il culto alla giustizia verso chi è vulnerabile: Levita, straniero, orfano e vedova entrano nella stessa economia della benedizione (26,12-13). È come se la Torah dicesse che la gioia autentica si riconosce dal fatto che “fa spazio” all’altro. Una gioia che non si traduce in fedeltà concreta diventa auto-inganno.

Arrivati alle benedizioni e alle maledizioni (Deut. 27–28), la Torah mette a fuoco il tono del servizio. Il versetto 28,47 colpisce perché rimprovera un popolo che, in qualche modo, “serve”, eppure non serve con gioia. Nel commento rabbinico, questa puntualizzazione è presa molto sul serio. Rabbeinu Bahya osserva che la gioia nel compiere una mitzvah (comandamento) possiede un valore proprio, come se fosse un “compimento” aggiuntivo che rende il servizio pieno e meritevole.

Anche altri commentatori insistono sul dettaglio: Rashi, soffermandosi sull’espressione «nell’abbondanza di ogni cosa», sottolinea l’assurdità spirituale di un servizio senza gioia proprio quando non manca nulla; il problema è l’incapacità di leggere l’abbondanza come dono. Un commento come quello dell’Or HaChaim mette in risalto il contrasto: la Torah descrive un servizio pieno di benedizione che, se svuotato di gioia, scivola verso l’opposto, fino alla “servitù” dell’esilio.

Qui emerge un criterio pastorale decisivo: la gioia non è negazione del dolore, né euforia obbligatoria; è la qualità interiore di chi serve sapendo di essere stato salvato e portato “a casa”. Quando questa consapevolezza viene meno, il servizio si appesantisce e comincia a generare risentimento, confronto, rigidità. Ki-Tavo, con realismo, mostra che la perdita della gioia produce una perdita di libertà: senza gioia si torna facilmente schiavi, anche restando religiosamente attivi (Deut. 28,48).

Se l’assenza di gioia può degradare il servizio, che cosa può riaccendere una gioia vera, non artificiale? La risposta profetica si esprime con un’immagine: la luce.


Haftarah (Isaia 60,1-22)

La luce che restituisce gioia

Isaia 60 si apre con un imperativo che sembra un risveglio dell’anima: «Àlzati, risplendi, poiché la tua luce è giunta» (Is. 60,1). La scena presuppone un tempo di oscurità: «le tenebre coprono la terra» (60,2). Eppure, proprio in questo contesto, la gloria di YHWH torna a manifestarsi su Sion e l’effetto è doppio: dentro, il popolo ritrova vitalità; fuori, le nazioni vengono attratte verso quella luce (60,3-5).

Un dettaglio è particolarmente adatto al nostro tema: Isaia descrive un cuore che cambia ritmo, che “si dilata” davanti a ciò che Dio sta facendo (60,5). La restaurazione non è solo ricostruzione esterna; è guarigione dell’immaginazione e del desiderio. La gioia torna perché torna la percezione del senso. Radak interpreta l’espressione «la tua luce è giunta» come l’arrivo del tempo della salvezza: non un ottimismo vago, ma una svolta stabilita da Dio.

Questa luce ha anche un risvolto concreto: porte aperte, risorse che affluiscono, ricostruzione, pace e sicurezza (60,10-18). È importante notare la direzione del testo: la benedizione non serve a creare un popolo sazio e chiuso, ma un popolo visibile e ospitale, con “porte” che restano aperte (60,11). In altre parole, la gioia profetica è missione. E qui Ki-Tavo e Isaia 60 si richiamano: la gioia del servizio nasce dalla memoria della salvezza e sfocia in una vita che benedice.

Isaia promette una luce che sorge su un popolo, ma come raggiunge, nel presente, chi vive davvero “nel buio”? Matteo risponde collocando quella luce in un luogo preciso e in una Persona precisa.


Besorah (Matteo 4,13-24)

Il servizio messianico che guarisce

Matteo descrive l’inizio del ministero pubblico di Yeshua con una scelta geografica e simbolica: Egli lascia Nazareth e si stabilisce a Capernaum, nel territorio di Zabulon e Neftali (Mt. 4,13). L’evangelista interpreta questo gesto alla luce della profezia: «il popolo che stava nelle tenebre vide una gran luce» (4,16). La luce cammina, parla, chiama e guarisce.

Subito dopo, la predicazione di Yeshua ha un contenuto essenziale: «Ravvedetevi, perché il Regno dei Cieli è vicino» (4,17). Qui la gioia non viene imposta come emozione; nasce da una notizia: Dio sta intervenendo, il Suo governo sta avanzando e questo cambia il futuro. La chiamata dei primi discepoli mostra l’effetto pratico: lasciano reti e sicurezze per entrare in un servizio nuovo (4,18-22). E la descrizione finale riassume il ritmo del Messia: insegnamento, annuncio della buona notizia del Regno, guarigione di ogni malattia (4,23-24). Il servizio, in Yeshua, è vita che si dona e che rialza.

Qui è utile un’eco di saggezza ebraica che illumina il tema senza forzature: nel Talmud si afferma che la Shekhinah non “dimora” sull’uomo nella tristezza o nell’inerzia, ma «attraverso una gioia connessa a una mitzvah» (Shabbat 30b,5). È una frase che, letta accanto a Ki-Tavo, chiarisce un punto: la gioia non è superficialità e non coincide con la leggerezza; è un clima spirituale adatto alla presenza di Dio quando nasce dall’obbedienza e dalla fiducia.

Da una prospettiva messianica, questo si vede bene nel modo in cui Yeshua serve. Egli non compie opere per “dimostrare” qualcosa a sé stesso; serve come Figlio che vive nella comunione con il Padre. La gioia del servizio nasce dalla relazione. E chi lo segue viene introdotto nella stessa logica: non un’ansia di meritare qualcosa (un applauso, un complimento, un riconoscimento), ma una risposta di amore, che rende il servizio vivente. Quando il servizio è radicato nella grazia, l’obbedienza si purifica. Rimane rigorosa, e insieme torna luminosa.

Infine, chiediti: quale “tipo” di servizio sto offrendo? Un servizio che consuma o un servizio che custodisce la presenza di Dio?


Conclusione

Ki-Tavo ci mette davanti a una diagnosi severa e misericordiosa: è possibile servire YHWH e, nello stesso tempo, perdere la gioia. Isaia 60 ci mostra che Dio non si rassegna a un popolo spento: Egli promette luce, ricostruzione, un cuore che torna ad allargarsi. Matteo 4 ci dice dove quella luce prende forma: in Yeshua, che inaugura il Regno non con teoria, ma con parole vere e con mani che guariscono.

L’invito di oggi, è il seguente: riprendi la memoria delle “primizie”:

  • nomina davanti a Dio, con semplicità, ciò che hai ricevuto e che non potevi produrre da solo (Deut. 26,10-11);
  • chiedi a YHWH di mostrarti dove il servizio è diventato peso e dove, invece, può tornare risposta d’amore (Deut. 28,47);
  • poi avvicinati a Yeshua con una richiesta precisa: rendi il mio servizio parte della Tua luce, perché sia utile, concreto, guarente (Mt. 4,23).

La gioia non arriverà come decorazione emotiva; arriverà come frutto della libertà. Quando il servizio smette di essere schiavitù auto-imposta (fare, fare, fare), la luce ricomincia a vedersi.


Ascolta la Parashah di Daniele Salamone del 01/09/2023


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