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Parashat Ha'azinu (Deuteronomio 32,1-52)

YHWH, la Roccia che salva e il Pane che nutre: fedeltà, provvidenza e fede
17 gennaio 2026 di
Parashat Ha'azinu (Deuteronomio 32,1-52)
Yeshivat HaDerek, Daniele Salamone
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Introduzione

Nei testi biblici di questa settimana risuonano due immagini forti: Dio come “Roccia” (צור) e il pane come dono divino. La Parashat Ha’azinu (Deut. 32) è il cantico di Mosè che celebra la fedeltà di Dio e rimprovera Israele per la sua infedeltà; il Cantico di Davide in 2 Samuele 22 (la haftarah) riprende lo stesso motivo, con Davide che testimonia personalmente la salvezza prodigiosa del Signore che è «la mia roccia e la mia fortezza». In Giovanni 6, invece, il tema diventa il pane: Yeshua, chiamandosi “Pane della vita”, richiama la manna del deserto come simbolo di provvidenza divina e invita alla fede nel Messia come vero nutrimento spirituale.

In quest’itinerario teologico, fonti rabbiniche come Rashi e Sforno sui passi veterotestamentari sottolineano la perfezione delle opere divine e la giustizia di Dio come “Roccia”. Scopriremo così come Israele cade dimenticando la Roccia, mentre Davide la loda e il Messia la rivela nel Pane che dà vita.


Parashah (Deut. 31,1-52)

Fedeltà divina e infedeltà umana

Mosè, nelle ultime parole, canta la grandezza di Dio e la tragicità del tradimento del popolo. Il Signore è proclamato “la Roccia” (צור) dalle cui opere non può venire nulla di imperfetto: “

La Roccia – le cui opere sono perfette, poiché tutte le sue vie sono giustizia; un Dio di fedeltà e senza ingiustizia, giusto ed integerrimo.

Come commenta Rashi, Dio è forte ma, quando deve punire, agisce «non in piena ira ma con giustizia, perché le sue opere sono perfette». Di fatto, secondo il Ramban, ogni azione divina è giusta e completa, senza difetto: tutte le vie di Dio sono misurate in giustizia. In altre parole, la “Roccia” è l’immagine della provvidenza costante e del giudizio equo di Dio nei confronti di Israele.

Il cantico di Mosè descrive Dio come Roccia stabile e giusto rifugio per Israele. Rashi osserva che qui per la prima volta nella Torah Mosè usa il termine צור (tzur, roccia), ricordando il miracolo dell’acqua dalla roccia (Es. 17) e sottolineando il rigore divino nel punire il peccato. Anche il commento messianico nota che «Dio viene chiamato El Tzur, Roccia di Israele, perché è solido, incrollabile [...] rifugio sicuro» per il suo popolo. Il cantico elogia la costanza dell’amore divino (חסדי = "la sua grazia non si stanca”), ma rimprovera gli Israeliti che, come figli ribelli, hanno tradito la fedeltà dell’alleanza.

In sintesi, Ha’azinu afferma: Dio è perfetto nella Sua giustizia e amore («un Dio di fedele verità»), mentre l’uomo è incline a dimenticare la Roccia da cui ha ricevuto ogni bene.


Haftarah (2Sam. 22,1-52)

Il canto di Davide: testimonianza della Roccia

La lettura profetica riprende i temi del Cantico di Mosè. Anche Davide canta Dio come sua Roccia (ה’ צוּרִי, YHWH è la mia roccia) e come forza di salvezza personale. Nel suo inno (2 Sam. 22 = Sal. 18) Davide ricorda di essere stato salvato da tutti i suoi nemici grazie alla potenza di Dio:

YHWH è la mia Roccia, la mia fortezza, il mio liberatore.
Dio è la mia roccia [...] mio scudo, corno della mia salvezza, mio baluardo e mio rifugio.

Lo stesso Rashi sottolinea come «roccia» e «fortezza» siano espressioni di forza, richiamando i luoghi dove Dio aveva manifestato salvezza a Davide (la “roccia della disputa” in 1 Sam. 23,28). In questo canto Davide, unto del Signore e figura messianica, testimonia con gratitudine la fedeltà di Dio: Egli è Colui che risponde quando il giusto invoca, che protegge il viandante come una roccia sotto la pioggia. La correlazione con Ha’azinu è immediata: anche qui, come a Mosè, la “Roccia” (צור) è simbolo della provvidenza costante di Dio verso chi gli è fedele.

In un senso più ampio, Davide raffigura l’“unto di YHWH” come modello di vita trasformata dalla relazione con la Roccia divina.


Besorah (Giov. 6,26-35)

Pane della vita e provvidenza

Yeshua raccoglie questi motivi simbolici in termini di pane e fede. All’episodio della moltiplicazione dei pani segue il suo discorso nel quale confronta il pane del cielo dato da Mosè con sé stesso:

Non Mosè ha dato il pane dal cielo ai vostri padri, ma il Padre Mio vi dà il pane vero dal cielo.

Egli dichiara poi

Il pane di Dio è Colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.

Allora la folla implora: Signore, dacci sempre questo pane». Yeshua risponde:

Io sono il pane della vita; chi viene a Me non avrà più fame, e chi crede in Me non avrà più sete.

Con questi versetti Yeshua si presenta come il compimento della provvidenza divina nel deserto: come la manna garantì la sopravvivenza per quarant’anni, così il Messia assicura la vita eterna. Del resto la Scrittura aveva già insegnato che l’uomo non vive di solo pane: «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di YHWH vivrà l’uomo» (Deut. 8,3). In questo senso, Yeshua – il Pane disceso dal cielo – incarna la Parola di vita del Padre. La fede in Lui diventa la risposta all’abbondante dono di Dio: credere nel Messia significa accettare il vero nutrimento spirituale offerto dalla Roccia divina, in forma di pane vivente.


Conclusione

I tre testi formano un ponte teologico: da Israele che dimentica la Roccia, al re Davide che la loda, fino al Messia che si rivela come Pane di vita. Il Cantico di Mosè ammonisce sul pericolo di abbandonare la fedeltà verso Dio, «Roccia giusta», e avverte delle conseguenze del peccato. Il Cantico di Davide dimostra invece concretamente la salvezza che proviene dal rifugiarsi nella Roccia divina. Infine, Giovanni inquadra tutto in chiave messianica: Yeshua, figlio di Davide e Figlio di Dio, è Colui che rende compiuta la provvidenza celeste come Pane che dà vita. Alla luce dei commenti rabbinici ricordati, risulta armoniosa la visione di Giovanni: il “Pane vero” del Padre è la manifestazione suprema della costanza di Dio verso Israele e verso l’umanità.

Questi testi ci richiamano a tornare alla “Roccia” di Israele, che è Dio stesso. Imitiamo Davide nell’invocarlo nei pericoli, riconoscendolo come rifugio costante; riflettiamo sul monito di Mosè, evitando di scegliere “dei morti” invece della vita che la Roccia offre. E, come Yeshua insegna, riceviamo il Messia con fede, accogliendolo come il Pane del cielo che ci nutre di verità eterna.

In questa prospettiva, credere nel Messia Yeshua significa riabbracciare la fedeltà del Padre (la nostra Roccia) e sperimentare la Vita eterna. Ciascuno di noi è dunque invitato a volgere lo sguardo da ciò che è terreno a ciò che è eterno: a confidare nella Roccia immutabile e ad accogliere il Pane che dà vita, affinché la nostra anima sia sempre sazia della Sua Parola.


Ascolta la Parashah di Daniele Salamone del 22 settembre 2023
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