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Parashat Vayelech (Deuteronomio 31)

La Presenza che non abbandona
10 gennaio 2026 di
Parashat Vayelech (Deuteronomio 31)
Yeshivat HaDerek, Daniele Salamone
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Introduzione

Uno dei fili conduttori più incoraggianti delle Scritture è la promessa della presenza costante e fedele di Dio accanto al Suo popolo. Dai libri della Torah, passando per i Profeti, fino ai Vangeli, Dio ripete al cuore dei credenti: «Io sono con te, non ti lascerò e non ti abbandonerò». Questo tema raggiunge il suo culmine nella persona del Messia Yeshua.

In queste righe esploreremo tre passi chiave con l'obiettivo di scoprire come la fedeltà di Dio nel non abbandonare mai il Suo popolo si rivela pienamente nella presenza del Messia in mezzo a noi.


Parashah (Deuteronomio 31)

Presenza Divina nella Torah

Nel Deuteronomio 31 troviamo Mosè al termine della sua missione. Il grande condottiero sta passando il testimone a Giosuè, consapevole che egli stesso non attraverserà il Giordano. Il popolo d’Israele potrebbe sentirsi smarrito di fronte a questo cambiamento: perderanno la guida visibile di Mosè. È in questo contesto che risuonano le parole rassicuranti:

Siate forti e coraggiosi, non temete e non vi spaventate [...] perché YHWH vostro Dio è Colui che cammina con voi; Egli non vi lascerà e non vi abbandonerà (Deut. 31,6)

Pochi versetti dopo, Mosè ripete l’esortazione a Giosuè stesso:

YHWH stesso cammina davanti a te; Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non temere e non perderti d’animo (31,8)

E ancora, è Dio in persona che comanda a Giosuè: «Sii forte e coraggioso [...] Io sarò con te» (31,23).

Queste frasi sono di una potenza straordinaria. Esse affermano che, se anche le guide umane passano o vengono meno, Dio rimane. Un antico commentatore, R. Yosef Bekhor Shor (XII secolo), evidenzia proprio questo contrasto: Mosè dice agli Israeliti in sostanza: «Io, essendo un uomo mortale, vi lascio, perché i miei giorni finiscono; ma il Santo, benedetto Egli sia, non vi abbandonerà mai, fintanto che Lo servirete e a Lui vi unirete». La presenza di Dio non è limitata dalla vita di un singolo leader terreno: Mosè può congedarsi, ma la Shekhinah – la Presenza divina – continuerà ad accompagnare Israele.

I saggi hanno sottolineato in molti modi la fedeltà incrollabile di Dio nel rimanere accanto al Suo popolo. Un noto insegnamento midrashico afferma che «in ogni luogo dove Israele fu esiliato, la Shekhinah andò in esilio con loro». Quando il popolo fu disperso lontano dalla propria terra a causa delle proprie mancanze, Dio in un certo senso soffrì con loro e non revocò la Sua presenza protettrice. Questo ci ricorda che la promessa «non ti abbandonerò ovunque andrai» non significa assenza di prove o difficoltà – Israele affrontò guerre, deserti e deportazioni – ma significa che mai saranno soli in quelle prove. YHWH marciava con loro nell’ingresso nella Terra Promessa e rimase con loro persino nella dolorosa strada dell’esilio.

Per noi oggi questo è un messaggio profondamente pastorale: possiamo affrontare ogni transizione, ogni stagione di cambiamento o incertezza, sapendo che Dio cammina con noi. Come allora Giosuè poteva essere “forte e coraggioso” perché la Presenza divina lo accompagnava, così anche noi, di fronte alle sfide della vita o alle chiamate difficili di Dio, possiamo prendere coraggio. L’autore dell'Epistola agli Ebrei richiama proprio Deut. 31: «Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò» (Eb. 13,5), per concludere: «Il Signore è il mio aiuto, non temerò». La fedeltà di Dio è un’àncora salda: Egli non viene meno alla Sua promessa di essere con i Suoi figli.

Un’ulteriore riflessione emerge: Dio chiede al popolo e a Giosuè di «essere forti» e di «non temere». Il coraggio, nella visione biblica, non è semplice audacia umana, ma nasce dalla consapevolezza della vicinanza di Dio. Non siamo chiamati a essere forti da soli, ma a «fortificarci» nel sapere che «YHWH vostro Dio cammina con voi» (Deut. 31,6). Questo vale anche per ciascuno di noi: la vera forza interiore proviene dalla fiducia che Dio è presente, che non siamo mai abbandonati a noi stessi. La paura si vince alla luce di questa intimità divina costante.


Haftarah (Isaia 55)

Fedeltà di Dio nelle Promesse Messianiche

Passando ai Profeti, troviamo nel capitolo 55 di Isaia un altro aspetto meraviglioso della presenza e fedeltà di Dio. Isaia 55 è un invito poetico e profetico che Dio rivolge prima di tutto a Israele, ma in vista di tutte le nazioni. Il capitolo si apre con parole piene di grazia:

O voi tutti assetati, venite all’acqua, anche chi non ha denaro [...] venite e comprate, senza denaro, senza pagare, vino e latte (Is. 55,1)

L’immagine è quella di un Dio che invita gratuitamente alla Sua mensa e alla Sua alleanza tutti coloro che hanno sete e fame spirituale.

Questa sete non è solo di acqua materiale, ma simboleggia la sete di Dio e della Sua Parola. I saggi hanno interpretato il «venire all’acqua» come un invito a venire alla Torah, fonte di vita e sapienza. Il Midrash (Yalqut Shimoni) spiega infatti che l’acqua qui rappresenta la conoscenza di Dio: come l’acqua disseta e dà vita, così la Torah e gli insegnamenti divini appagano l’anima assetata. Non solo Israele, ma perfino «le nazioni» sono invitate a questo banchetto spirituale:

Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi, e gente che non ti conosceva accorrerà a te, a causa di YHWH tuo Dio (55,5)

In prospettiva profetica, persino i popoli lontani correranno verso il Dio d’Israele, attratti dalla gloria che Egli avrà manifestato in mezzo al Suo popolo. Radak (R. David Kimchi), un insigne commentatore medievale, spiega che nel tempo futuro del Messia persino le nazioni saranno così colpite dalle meraviglie di Dio da sentire una sete senza precedenti di conoscere la Sua Parola. In quei giorni, secondo un’altra visione, «da Sion uscirà la Torah e la Parola di YHWH da Gerusalemme» (Is. 2,3) – cioè il messaggio di Dio fluirà da Israele verso il mondo intero, portando luce e verità universali.

Al centro di Is. 55 troviamo la promessa di un patto eterno legato alla casa di Davide

Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete; io stabilirò con voi un patto eterno, ossia le benevolenze assicurate a Davide (55,3)

Questa espressione «le benevolenze (o grazie) a Davide assicurate» è carica di significato. Richiama le promesse fatte da Dio al re Davide – che la sua discendenza e il suo trono sarebbero durati in eterno (cfr. 2 Sam. 7,16). Molti interpreti ebrei hanno riconosciuto qui un riferimento implicito al Messia promesso, discendente di Davide. Per esempio, Radak commenta senza esitazione: «Quelle benevolenze assicurate a Davide sono il Messia, chiamato anch’egli ‘Davide», richiamando il versetto di Ez. 37,25 dove Dio dice: «Davide mio servo sarà loro principe per sempre». Abbiamo dunque un’interpretazione che identifica il patto eterno di Is. 55,3 con la venuta del Re Messia, il figlio di Davide su cui riposano le speranze di Israele. Questa prospettiva è particolarmente cara a un pubblico messianico e cristiano: vediamo in Yeshua il compimento di quel patto eterno, Colui nel quale le promesse fatte a Davide trovano pieno «amen» (cfr. Lc. 1,32-33: Yeshua regnerà sul trono di Davide, e il Suo Regno non avrà fine). La fedeltà di Dio alla Sua Parola si manifesta così nella fedeltà a Davide – nel non rimangiarsi il giuramento di suscitare un Salvatore dalla sua linea.

Isaia prosegue con un appello accorato:

Cercate YHWH mentre lo si può trovare, invocatelo mentre è vicino (55,6)

Qui risuona un tono esortativo forte: è il tempo favorevole per tornare a Dio, per fare tesoro della Sua presenza “vicina”. Dio promette che se l’empio si converte, Egli userà misericordia e perdonerà largamente (v. 7). Ancora una volta, questo sottolinea il cuore dell’alleanza: Dio è disposto a ritornare presso chi ritorna a Lui. La vicinanza del Signore non è data per scontata – va cercata con umiltà e pentimento. Nella prospettiva sapienziale, possiamo leggere questo come un invito per ciascuno di noi a non procrastinare la ricerca di Dio: la Sua presenza amorevole è disponibile “oggi”, ma va accolta con sincerità di cuore. Egli è Emmanuele, «Dio con noi», ma noi dobbiamo aprire la porta e lasciarlo entrare nella nostra vita.

Degno di nota è anche il versetto:

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo [...] così è della Mia Parola, uscita dalla Mia bocca: non ritornerà a Me a vuoto, senza avere compiuto ciò che desidero (55,10-11)

Qui Dio stesso garantisce che ogni Suo dabar – ogni parola, ogni promessa – si realizzerà fedelmente. Possiamo applicarlo tanto alla promessa del patto eterno quanto alle parole di presenza costante che stiamo meditando. Nulla di ciò che Dio ha promesso andrà perduto: né all’antico Israele (che infatti sperimentò il ritorno dall’esilio come annunciato, vedi Is. 55,12), né a noi che crediamo nel Messia (il quale ha promesso: «Io ritornerò e vi prenderò con Me», cfr. Giov. 14,3). Ogni parola divina compirà la sua missione. Questo rafforza la nostra fiducia: se Dio dice «Io sono con te sempre», possiamo star certi che è vero, anche quando le sensazioni o le circostanze immediate potrebbero suggerire il contrario.

Infine, Is. 55 si chiude con immagini di gioia e rinnovamento cosmico:

Voi partirete con gioia e sarete ricondotti in pace; i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi [...] Invece di spine crescerà il cipresso, invece dell’ortica crescerà il mirto (55,12-13)

Questa è una visione di restaurazione completa – tanto del popolo quanto della creazione – che molti commentatori leggono in chiave messianica, come descrizione poetica dell’era di pace futura. Rashi spiega che questi versetti alludono innanzitutto al ritorno dall’esilio babilonese, ma aggiunge subito dopo citando il Targum e il Midrash che «invece dei malvagi sorgeranno i giusti». In altre parole, il regno dell’ingiustizia e dell’idolatria sarà rimpiazzato dal Regno della giustizia e della fedeltà a Dio. Anche qui possiamo intravedere un ritratto del Regno del Messia: un tempo in cui il male sarà sradicato (le «spine» e «ortiche» simbolo di maledizione) e la benedizione fiorirà per sempre, «un segno eterno che non sarà distrutto» (v. 13).

Per il nostro cammino di fede, Is. 55 ci invita ad avere speranza nel compimento dei piani di Dio, anche quando i tempi sono difficili. Ci esorta a cercare il Signore attivamente, a nutrirci della Sua Parola come di acqua e pane per le nostre anime. E ci consola con la visione che la fedeltà di Dio trasformerà alla fine ogni tristezza in canti di gioia. Come credenti nel Messia, possiamo inoltre gioire vedendo la coerenza tra questa profezia e la missione di Yeshua: Egli stesso è l’acqua viva per gli assetati (cfr. Giov. 7,37-38), è il figlio di Davide che stabilisce il patto eterno nel Suo sangue, ed è Colui che inaugurerà l’era di pace e giustizia cantata da Isaia.


Besorah (Matteo 28)

La Presenza del Messia in mezzo a noi

Giungiamo ora alle Scritture Apostoliche, dove troviamo il culmine esplicito della promessa della Presenza divina nel Messia. In Matteo, l’ultima scena (cap. 28) ci presenta Yeshua risorto che incarica i discepoli di una grande missione universale. Queste le Sue parole: 

Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli [...] insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente (Mt. 28,18-20)

Qui Yeshua, il Messia risorto, dichiara di avere ricevuto ogni autorità e conclude con la promessa assoluta della Sua presenza costante accanto ai discepoli, fino alla fine dei tempi.

Queste parole risuonano come l’eco diretta delle promesse divine ascoltate in Deuteronomio e nei Profeti. È come se Yeshua dicesse: ricordate quel “non ti abbandonerò” che Dio disse a Giosuè? Ebbene, io – che ho in me l’autorità e la presenza di Dio – vi dico la stessa cosa: non vi lascerò mai. In effetti, tutto il Vangelo di Matteo è costruito sul tema dell'Emmanuele, Dio con noi: all’inizio Matteo ricorda la profezia di Isaia «la vergine concepirà [...] e il bambino sarà chiamato Emmanuele» (Mt. 1,23), e alla fine lo stesso Yeshua afferma di essere “Dio con noi” per sempre, accompagnando i Suoi nel mondo. La presenza del Messia è la piena incarnazione della vicinanza di Dio all’umanità. Come dice il Vangelo di Giovanni, «il Verbo si fece carne e venne a tabernacolare fra di noi» (Giov. 1,14): Yeshua è la Shekhinah in forma umana, il Logos divino venuto a dimorare tra gli uomini.

È interessante notare come alcune tradizioni rabbiniche trovino un parallelo nelle affermazioni di Yeshua. I saggi insegnano per esempio che «se due persone siedono insieme e le loro parole sono parole della Torah, la Shekhinah dimora in mezzo a loro». Questa massima (Pirkei Avot 3,3) ricorda da vicino la promessa di Yeshua: «Dove due o tre sono riuniti nel Mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt. 18,20). Naturalmente nel contesto rabbinico la presenza divina si manifesta quando il popolo studia la Torah di Dio, mentre Yeshua pone la condizione della riunione «nel Mio nome», identificando Sé stesso con la fonte dell’insegnamento e della presenza divina. Questo non è affatto blasfemo, bensì coerente con la fede che Yeshua è una cosa sola col Padre (cfr. Giov. 10,30) e che la Sua presenza in mezzo ai credenti equivale alla presenza di Dio stesso. Non dimentichiamo inoltre che Yeshua promette di essere con i discepoli «fino alla fine dell’età presente»: si tratta quindi di una presenza che travalica i limiti terreni (Yeshua ascenderà al cielo poco dopo, ma invierà lo Spirito Santo per essere con loro sempre) e che abbraccia anche il futuro escatologico. Yeshua assicura ai suoi: non ci sarà mai un solo giorno, fino al compimento della storia, in cui io vi lasci soli. Questa promessa è tanto più straordinaria se pensiamo che nessun leader umano potrebbe farla – solo Dio può essere con ciascuno dei Suoi servi ovunque e sempre. Ed è proprio questo il punto: Yeshua si presenta, nel contesto ebraico del Vangelo di Matteo, come presenza divina in mezzo al Suo popolo, proprio come la Colonna di nube e fuoco accompagnava Israele nel deserto, proprio come la voce di Dio incoraggiava Giosuè ad essere forte, ora il Messia risorto rassicura: «Io camminerò con voi ovunque andrete».

Queste parole finali di Matteo hanno un enorme potere esortativo per noi credenti. Innanzitutto, ci incoraggiano nella missione: Yeshua invia ad «andare» tutte le volte accompagnando il comando con un «Io sono con voi». Non siamo mandati nel mondo a proclamare il Vangelo con le nostre sole forze: la presenza attiva di Yeshua tramite il Suo Spirito ci precede, ci guida e ci sostiene. Come Giosuè non doveva temere nell’entrare in Canaan perché Dio andava davanti a lui, così la Kehillah non deve temere nell’uscire «ai confini della terra» perché Yeshua va davanti e coopera con i Suoi servitori (cfr. Mc. 16,20: «il Signore operava insieme con loro»). Sentirsi accompagnati dalla Presenza costante del Messia dà slancio e coraggio all’evangelizzazione e al servizio. Inoltre, sul piano personale, ogni discepolo può appropriarsi di questa promessa intima: il Signore è con me oggi, domani e ogni giorno, qualunque cosa accada. Questa consapevolezza è fonte di conforto inesprimibile. Quante volte possiamo aver sperimentato momenti di solitudine, di prova o di smarrimento, e abbiamo pregato dicendo: “Signore, non lasciarmi!” – Eppure Yeshua aveva già promesso: “Non ti lascio, sono qui con te adesso”. Egli è con noi tutti i giorni, anche quando magari non lo sentiamo; è con noi nelle tempeste (come fu presente con i discepoli nella barca agitata, Mt. 8,24-26), è con noi nelle fornaci ardenti delle difficoltà (come Dio era con i tre giovani in Dan. 3,25), è con noi quando ci riuniamo nel Suo Nome in preghiera o attorno alle Scritture, ed è con noi quando ci avventuriamo fuori dalle “acque sicure” per camminare sulle Sue promesse.


Un unico messaggio di Presenza e Fedeltà

Abbiamo esaminato tre passi biblici lontani nel tempo tra loro, eppure intimamente collegati da un messaggio unico: Dio è fedele e vicino al Suo popolo in ogni epoca. Questi brani dialogano tra loro come le voci di un coro armonioso. Possiamo ora raccogliere alcuni fili conduttori e trarne lezioni per la nostra vita spirituale:

La fedeltà di Dio attraverso le epoche

In Deut. 31 Dio promette la Sua presenza a un popolo in transizione (dalla guida di Mosè a quella di Giosuè). In Is. 55 Dio rinnova la Sua alleanza e la Sua vicinanza a un popolo afflitto dall’esilio, aprendo orizzonti messianici di speranza. In Mt. 28 Dio, in Yeshua, garantisce la Sua presenza a un popolo (i discepoli, la Kehillah nascente) inviato nel mondo. In ogni caso, l’Iddio della Bibbia si rivela coerente: «Io non ti lascio, non ti abbandono» rimane vero dall’Antico al Nuovo Patto. Come afferma la Scrittura, «Yeshua Messia è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Eb. 13,8), e possiamo dire lo stesso dell’amore del Padre. Questa coerenza divina è un fondamento incrollabile su cui costruire la nostra fiducia. Anche quando noi siamo infedeli, Egli rimane fedele (2 Tim. 2,13); anche quando il mondo intorno a noi cambia, Dio non cambia nelle Sue intenzioni benevole verso di noi.

La presenza di Dio culmina nel Messia

Per un credente in Yeshua, non è difficile vedere che tutte le tracce della Presenza divina nel Tanakh puntano in avanti verso qualcosa (o meglio Qualcuno) di ancora più grande. La Shekhinah che accompagnava Israele prefigurava l’incarnazione del Messia. Le parole di Dio che «non tornano a vuoto» trovano compimento supremo in Yeshua, il Verbo fatto carne, che ha compiuto perfettamente la volontà del Padre. Le promesse a Davide trovano adempimento in Yeshua figlio di Davide, nostro Re eterno. E la legge di Mosè che non poteva accompagnare il popolo nella Terra Promessa (perché Mosè dovette fermarsi sul Nebo) lascia il posto alla Nuova Alleanza in Yeshua che ci porta nella vera “Terra promessa” spirituale – il perdono e la comunione piena con Dio. In questo senso leggere la Torah e i Profeti non significa svuotare quei testi del loro significato originale, ma completarli in bellezza. I commenti rabbinici stessi, quando parlano del Messia come di un nuovo Mosè o un nuovo Davide, ci aiutano a fare queste connessioni. Possiamo per esempio vedere Giosuè figlio di Nun, che conduce Israele oltre il Giordano, come tipo di Yeshua (forma abbreviata dello stesso nome "Yehoshua") che conduce il popolo di Dio alla salvezza definitiva. Così come Giosuè ha ricevuto l’incoraggiamento “Dio sarà con te”, anche Yeshua all’inizio del Suo ministero terreno riceve dal Padre l’approvazione e la presenza dello Spirito Santo, e alla fine la comunica ai discepoli. In tutto questo, Dio prepara i nostri cuori a riconoscere il Messia come sigillo delle Sue promesse: «quante sono le promesse di Dio, in Lui [Yeshua] è il sì» (2 Cor. 1,20).

Vivere alla presenza di Dio oggi

Infine, il messaggio congiunto di questi passi ci invita a una risposta esistenziale: vivere consapevoli e degni della presenza continua di Dio. Se Dio è sempre con noi, non solo per sorreggerci ma anche per osservarci come una madre amorevole osserva il bambino, allora come dovremmo comportarci? «Ho posto YHWH sempre davanti ai miei occhi» dice Davide (Sal. 16,8). La costante presenza di Dio è fonte sia di conforto sia di responsabilità. Sapere che Egli non mi abbandona mi solleva dallo scoraggiamento, ma allo stesso tempo mi sprona a non abbandonare Lui, a non voltargli le spalle con la disubbidienza. Per usare le parole di Bekhor Shor citate prima, Dio non ci lascerà fintanto che noi rimaniamo uniti a Lui. Questo non significa che il Suo amore dipenda dalle nostre prestazioni, ma che la comunione gioiosa con la Sua presenza va coltivata attraverso la fedeltà reciproca. Giosuè avrebbe sperimentato la presenza vittoriosa di Dio «finché non si fosse allontanato dalla Torah» (Gios. 1,8). Israele in esilio ritrovò Dio quando umilmente lo cercò. I discepoli sperimentarono la presenza di Yeshua risorto mentre andavano per la via dell’ubbidienza al Suo mandato. Anche per noi vale la promessa: «Avvicinatevi a Dio, ed Egli si avvicinerà a voi» (Giac. 4,8). Non c’è gioia più grande né sicurezza più profonda del vivere quotidianamente coram Deo, al cospetto amorevole di Dio, sapendo che in ogni stagione Egli sussurra: «Non temere, Io sono con te» (Is. 41,10).


Conclusione

La presenza costante e fedele di Dio è il tema che unisce le Scritture e il cuore di ogni credente. Dalla promessa a Mosè e Giosuè, attraverso la visione di Isaia, fino alle parole di Yeshua, Dio ribadisce il Suo impegno irrevocabile: «Io non ti lascerò». Questa non è solo una verità teologica astratta; è una realtà viva e personale. Parla al nostro cuore oggi e ci invita alla fiducia, alla forza e all’intimità con Lui. Possiamo affrontare il futuro con coraggio perché il Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe, il Santo d’Israele, cammina accanto a noi. Possiamo dissetarci alla fonte della Sua Parola sapendo che non verrà meno. Possiamo dedicarci alla missione di testimoniare Yeshua al mondo, certi che non siamo mai soli in questo compito. E possiamo vivere ogni giorno – nelle gioie come nei dolori – dicendo con il salmista:

Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché Tu sei con me (Sal. 23,4)

Che questa certezza della Presenza di Dio illumini le nostre menti e infiammi i nostri cuori. Egli è vicino a noi più di quanto possiamo immaginare, un padre che porta in braccio i suoi figli attraverso il deserto, un re fedele alla sua alleanza, un Salvatore che ha scelto di farsi compagno di viaggio dell’umanità. Facciamo nostre le parole che Dio rivolse a Giosuè e che il Messia rivolge ora a ciascuno di noi: «Sii forte e coraggioso [...] YHWH tuo Dio sarà con te dovunque andrai» (Gios. 1,9), «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt. 28,20).

Amen


Ascolta la Parashah di Daniele Salamone del 08 settembre 2023


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