Introduzione
Tra i testi più sobri e più esigenti della Torah c’è Nitzavim: non concede scorciatoie spirituali, ma nemmeno consegna l’uomo alla disperazione. Al centro c’è una dichiarazione semplice: la Parola di Dio non è irraggiungibile, non è riservata a pochi, non è nascosta in un altrove mistico. Essa è «vicina», posta dentro la vita quotidiana, al punto che può diventare criterio di decisione, fonte di ritorno, e strada concreta per scegliere la vita (Deut. 30,11-14.19-20). Questa vicinanza rende praticabile la responsabilità. E proprio qui si innesta un filo che unisce l'intero consiglio della Scrittura: Dio avvicina la Sua Parola e l’uomo è chiamato ad accoglierla con la bocca, con il cuore e con l’obbedienza (Deut. 30,14; Rom. 10,8-10).
Parashah Nitzavim (Deut. 29,9–30,20)
«Non è in cielo»: l’accessibilità dell’alleanza
Nitzavim apre con un popolo «in piedi» davanti a Dio: non un’élite, ma tutti, dalle autorità fino allo straniero inserito nella comunità (Deut. 29,10-15). L’alleanza nasce per stabilire una responsabilità comune e concreta. Per questo il testo insiste: il comandamento non è troppo difficile e non è troppo lontano (30,11). La formula è incisiva: non bisogna «salire in cielo» né «attraversare il mare» per trovarlo; la Parola è «nella tua bocca e nel tuo cuore», perché tu la metta in pratica (30,12-14).
Qui c’è una disciplina spirituale essenziale: Dio non chiede di inseguirlo nell’irreale, ma di ascoltarlo nel reale. La Torah, in questo senso, è istruzione per vivere. Il testo non riduce la fede a emozione, ma nemmeno la imprigiona in un formalismo: la parola «in bocca» e «nel cuore» presuppone memoria, confessione, meditazione e obbedienza (30,14). Questo è coerente con lo Shema', dove le parole di Dio devono stare «nel cuore» e diventare discorso quotidiano, ripetuto e trasmesso (6,6-7).
La saggezza rabbinica ha colto con forza questo punto. Nel celebre episodio del «forno di Akhnai», i maestri richiamano il principio «non è in cielo» per affermare che la Torah, una volta donata, riguarda la responsabilità dell’uomo e della comunità nell’ascolto e nell’applicazione fedele (b. Bava Metzia 59b). Il messaggio non è l’autonomia orgogliosa, ma l’opposto: Dio ha parlato e proprio perché ha parlato, l’uomo non può vivere di alibi. Nitzavim lo dice senza ambiguità: «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» (Deut. 30,15). La vicinanza della parola toglie l’ultima scusa: non puoi dire «è troppo lontano», perché Dio l’ha resa vicina (30,11-14).
Haftarah (Isaia 61,10–63,9)
La Parola vicina come salvezza che riveste e consola
La haftarah scelta per Nitzavim porta lo stesso asse su un piano profetico: non soltanto “sapere cosa fare”, ma ricevere da Dio ciò che serve per tornare a vivere. Isaia parla di una gioia fondata sulla salvezza: «mi ha rivestito delle vesti della salvezza» (Is. 61,10). L’immagine è concreta: la salvezza non è un’idea; è un rivestimento. E proprio perché è un rivestimento, non nasce dall’autoperfezionamento, ma da un’azione di Dio che si avvicina al Suo popolo e lo rialza (61,10; 63,7-9).
In questa prospettiva, la “parola vicina” non è soltanto un testo vicino alle labbra: è Dio vicino nella misericordia. Il profeta ricorda che, nelle afflizioni del Suo popolo, Dio non è distante; Egli si è fatto carico, ha redento, ha sostenuto (63,9). La stessa logica si ritrova nel cuore di Nitzavim: il ritorno è un movimento reale verso Dio, e Dio risponde con compassione e restaurazione (30,1-3).
Anche qui, la saggezza rabbinica illumina senza forzare: Maimonide afferma che Israele sarà redento attraverso la teshuvah e che la Torah ha già promesso che, alla fine dell’esilio, il popolo tornerà (Mishneh Torah, Hilkhot Teshuvah 7,5; Deut, 30,1-5). Questa osservazione è rigorosa perché prende sul serio la promessa scritta. La parola è vicina perché la via del ritorno è aperta. E quando il profeta parla di salvezza che riveste, sta dicendo che Dio offre un rientro possibile: copre la vergogna, ricostruisce l’identità e restituisce dignità (Is. 61,10-11).
Besorah (Romani 10,6-10)
La Parola vicina e il Messia: dalla bocca al cuore, dal cuore alla vita
Nelle Scritture Apostoliche, Paolo riprende Nitzavim in modo dichiarato. Romani 10 cita proprio Deuteronomio 30: non è necessario “salire” o “scendere” per trovare ciò che salva; la parola è vicina (Rom. 10,6-8; Deut. 30,12-14). Paolo sta mostrando il compimento pratico della Torah: ciò che Dio aveva reso vicino come comando e promessa, ora è annunciato come parola di fede centrata su Yeshua (Rom. 10,8-10).
Il punto non è un cambio di argomento, ma un cambio di fuoco. In Nitzavim la parola è vicina «perché tu la metta in pratica» (Deut. 30,14). In Romani la parola è vicina perché Dio ha agito in modo decisivo, e la risposta richiesta è confessione e fede: «se con la bocca avrai confessato [...] e con il cuore avrai creduto [...]» (Rom. 10,9-10). Bocca e cuore restano i due luoghi decisivi, gli stessi di Deuteronomio; cambia il centro della confessione: il Messia come Signore e la Sua risurrezione come atto di Dio (10,9).
Questa lettura è pastorale proprio perché è concreta. La fede non è un sentimento vago: si dice, si riconosce, si assume pubblicamente e poi orienta la vita. E, nello stesso tempo, non è una prestazione: Paolo insiste che non si tratta di conquistare il cielo, ma di ricevere la Parola che Dio ha portato vicino (10,6-8). Qui la disciplina spirituale diventa chiara: tenere la Parola vicino significa nutrire la mente con le Scritture, educare il cuore alla fiducia, e rendere la bocca uno strumento di verità, non di autoinganno. Quando questo accade, la “scelta della vita” diventa una traiettoria concreta (30,19-20).
Conclusione
“La parola vicina” è una misericordia, ma anche una soglia. È misericordia perché Dio non si è reso irraggiungibile: ha parlato, ha promesso, ha redento, e nel Messia ha portato la Sua Parola a distanza di cuore (Deut. 30,11-14; Is. 63,9; Rom. 10,8-10). È soglia perché questa vicinanza chiede una risposta semplice e totale: ascoltare, parlare, credere, tornare e ubbidire (Deut. 30,14.19-20).
15 Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; 16 poiché io ti comando oggi di amare YHWH, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue prescrizioni, affinché tu viva e ti moltiplichi, e YHWH, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso. 17 Ma se il tuo cuore si volta indietro, e se tu non ubbidisci ma ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, 18 io vi dichiaro oggi che certamente perirete, e non prolungherete i vostri giorni nel paese del quale state per entrare in possesso passando il Giordano. 19 Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, 20 amando YHWH, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui, poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni. Così tu potrai abitare sul suolo che YHWH giurò di dare ai tuoi padri Abraamo, Isacco e Giacobbe».
L’azione concreta, oggi, può essere sobria ma reale: metti davanti a te la Parola di Deuteronomio e leggila come scelta di vita, non come concetto (30,15-20). Pronuncia con verità ciò che credi, senza teatralità, ma senza vergogna (Rom. 10,9-10). Se c’è da tornare, torna: non domani, non quando “ti sentirai pronto”, ma nel modo praticabile che Dio ha già indicato (Deut. 30,1-3). E custodisci questo principio: Dio non ti chiede di salire in cielo; ti chiede di lasciargli la tua bocca e il tuo cuore, perché la vita riprenda una direzione (30,12-14).
Ascolta la Parashah di Daniele Salamone del 08 settembre 2023