Introduzione
Ci sono stagioni in cui YHWH ci concede una chiarezza rara su ciò che ha promesso, eppure ci chiede di restare sulla soglia. È un’esperienza che mette alla prova il cuore: non perché distrugga la speranza, ma perché la rende più matura. In quei passaggi scopriamo che la fedeltà non si misura soltanto da ciò che vediamo compiersi nelle nostre mani. Talvolta la fedeltà consiste nel preparare il terreno, nel portare un’opera fino al punto in cui altri potranno raccoglierne i frutti. Ci sono eredità che iniziamo e altre che siamo chiamati a consegnare con serenità.
V’Zot HaBerachah, ultima parashah dell’intero ciclo della Torah, ci accompagna proprio qui: sul confine tra compimento e attesa. La scena del monte Nebo diventa una lente per leggere la vita spirituale con realismo. Mosè guarda la Terra Promessa, la riconosce, la benedice con lo sguardo e poi affida il futuro a YHWH e al popolo. In questa tensione prende forma una sapienza concreta: la promessa di Dio non dipende dalla nostra biografia, e proprio per questo possiamo servirla senza ansia. Il “momento Nebo” educa a lasciare che Dio resti Dio, a benedire ciò che verrà e a custodire la gioia di avere camminato fino al punto in cui ci era chiesto di arrivare.
Parashah (Deuteronomio 33,1–34,12)
Il monte Nebo e la fede che sa consegnare
V’Zot HaBerakhah si apre con la voce di Mosè che benedice Israele (Deut. 33,1). In quel momento la benedizione non ha il tono di un saluto affettuoso. È una parola che dà forma al popolo, che richiama la sua identità e orienta il suo cammino. Mosè parla come chi ha portato un peso lungo 80 anni e ora lo depone con lucidità: lascia memoria, lascia direzione, lascia un futuro che continuerà senza di lui.
La scena diventa ancora più intensa quando Mosè sale sul monte Nebo e YHWH gli mostra il paese (34,1). Il racconto si sofferma sui dettagli, come se volesse farci sostare anche noi davanti a quell’orizzonte. Si percepisce la concretezza della promessa: luoghi, confini, distanze, una terra reale. Proprio in questo punto arriva la parola divina che mette un limite:
Questo è il paese [...] Io te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai (34,4)
È un limite che fa male, perché tocca il desiderio più umano. Eppure, dentro quel limite, la Scrittura lascia intravedere una cura. Mosè viene condotto fino alla soglia, gli viene concesso di vedere con chiarezza e poi viene affidato a Dio. Il testo suggerisce che la promessa resta più grande del servitore che l’ha annunciata. Resta nelle mani di YHWH, non diventa proprietà di nessuno.
La tradizione rabbinica ha meditato a lungo su questo “vedere” di Mosè. Alcuni midrashim parlano di uno sguardo che abbraccia più della geografia: il futuro di Israele, le generazioni che verranno, come se sul Nebo Mosè ricevesse una visione complessiva per imparare a consegnare, non per trattenere. Altri testi insistono sul carattere unico della sua morte e sul seppellimento nascosto, attribuito all’azione dell’Onnipresente (34,6), quasi a dire che Mosè appartiene a YHWH in modo particolare e che nessun luogo potrà trasformarlo in un possesso o in un monumento.
Da qui nasce una lezione pastorale sobria e concreta. Esistono chiamate che arrivano fino a un confine. Arrivarci non significa fallire; significa completare la parte affidata. Mosè non entra nella terra, eppure porta a termine la sua fedeltà. Israele entrerà con Giosuè, mentre Mosè consegna il popolo alla promessa e la promessa a Dio. Il monte Nebo diventa così un luogo di maturità: insegna a servire il disegno di YHWH senza pretendere di controllarne i tempi, a benedire ciò che verrà, a lasciare nelle mani di Dio ciò che supera la nostra misura. In quel punto la fede trova parole semplici e vere:
La promessa è Tua. Io ho camminato fin dove mi hai chiamato. Il resto appartiene al Tuo tempo e a chi verrà dopo di me.
Haftarah (Giosuè 1,1–18)
Il passo dopo la visione: coraggio per entrare
La haftarah si colloca subito dopo la fine di Mosè e lo dice con semplicità: «Dopo la morte di Mosè, servo di YHWH» (Gios. 1,1). Il racconto entra nella ferita senza teatralità. La perdita è reale, eppure la storia non resta sospesa. Proprio mentre Israele sente il vuoto, la Parola di Dio riapre il cammino.
La prima cosa che YHWH mette in evidenza è l’identità: Mosè viene chiamato «servo», e Giosuè viene messo davanti a una responsabilità che nasce dalla promessa, non dall’ambizione (1,2). È come se il testo volesse proteggerci da un equivoco frequente: quando cambia una guida, la fedeltà del popolo non dipende dal carisma di chi è venuto prima, né dalla forza di chi viene dopo. Dipende dalla continuità di Dio, che resta presente e fedele.
In questo passaggio emerge il legame con il “momento Nebo”. Ciò che Mosè ha potuto contemplare, Giosuè dovrà attraversarlo passo dopo passo. Il modo in cui questo avverrà viene indicato senza scorciatoie spirituali:
Questo libro della Torah non si allontani mai dalla tua bocca; meditalo giorno e notte (1,8)
La promessa non si vive a colpi di entusiasmo; si vive con una parola che abita la mente, forma le scelte, corregge le deviazioni. Per questo il coraggio, qui, assume un volto concreto. Non è semplicemente audacia, è la forza che nasce dall’affidarsi a ciò che Dio ha detto. La ripetizione dell’esortazione «Sii forte e coraggioso» (1,9) serve a questo: radicare il cuore di Giosuè nella presenza di YHWH, così che la paura non diventi guida e l’impulso non diventi criterio. Su questa linea, anche la tradizione ebraica ha spesso insistito sul legame tra coraggio e Torah, come stabilità interiore e fedeltà quotidiana.
Il Nebo, allora, diventa davvero una soglia. Non alimenta nostalgia, forma responsabilità. Il fatto che Mosè non “chiuda” la storia con le proprie mani preserva Israele da una fede legata a un uomo solo. Il popolo deve imparare a camminare, e Giosuè deve imparare a guidare. La promessa si rivela per ciò che è: una storia condivisa che attraversa le generazioni e che nessuno può trasformare in proprietà personale.
Questo ha un valore pastorale diretto. Dio spesso concede
- a una generazione la grazia di intravedere e di preparare,
- mentre a un’altra affida il compito di entrare e di edificare.
Tra le due stagioni c’è un passaggio di mano che richiede umiltà e maturità: chi ha visto è chiamato a benedire e a consegnare; chi entra è chiamato a ricordare e a custodire. Quando questo equilibrio si spezza, nasce facilmente amarezza da una parte e arroganza dall’altra. Il Tanakh, invece, mostra una continuità sana: la visione di Mosè si trasforma in responsabilità nelle mani di Giosuè, e la promessa continua a camminare nella fedeltà di YHWH.
Besorah (Matteo 17,1-9)
Uno sguardo sul Regno: la gloria che non si trattiene
La besorah della Trasfigurazione ci porta ancora una volta su un monte, in un luogo appartato dove lo sguardo si allarga. Yeshua prende con Sé tre discepoli e sale «su un alto monte» (17,1). Per un istante la Sua identità si lascia vedere con una chiarezza che supera le parole: «il Suo volto risplendette come il sole» (17,2). Accanto a Lui appaiono Mosè ed Elia (17,3), come a dire che la storia della rivelazione converge qui, senza perdere le sue radici. In quello scenario, la voce dal cielo non offre spiegazioni complicate; indica una direzione semplice e decisiva: «Ascoltatelo» (17,5).
La reazione dei discepoli è comprensibile. Quando la grazia si fa intensa e vicina, nasce il desiderio di fermare il momento, di renderlo stabile, di trasformarlo in un punto sicuro. Pietro lo esprime proponendo di «fare tre tende» (17,4), quasi a proteggere quella luce dentro una struttura. Il testo, però, mostra che la rivelazione non è destinata a diventare un rifugio permanente. È un dono che rafforza il cuore e poi rimette i passi sulla strada. Subito dopo, infatti, i discepoli scendono con Yeshua verso la vita quotidiana, dove incontreranno fragilità, domande, opposizioni e l’ombra della croce che si avvicina.
Dentro questa dinamica torna il tema della visione senza possesso. Sul Nebo Mosè vede la Terra Promessa e resta sulla soglia (Deut. 34,1.4). Sul monte della Trasfigurazione i discepoli vedono la gloria del Messia e capiscono che non possono trattenerla. In entrambi i casi lo sguardo viene concesso per sostenere la fedeltà, per dare solidità al cammino, per far crescere l’obbedienza. La visione è reale e luminosa, e resta un anticipo. Fa intravedere ciò che Dio sta facendo, senza consegnarlo nelle nostre mani come oggetto da controllare.
La presenza di Mosè accanto a Yeshua, in questo contesto, ha un peso teologico e pastorale forte. Mosè non appare come un escluso, segnato da una storia incompiuta. Appare miracolosamente come un testimone che riconosce il compimento verso cui tutto tende. In quel momento diventa evidente che la promessa non si esaurisce in un territorio. La promessa riguarda la comunione con Dio, la restaurazione del Suo popolo, la pienezza della vita sotto il Suo Regno. Per questo Mosè, sul monte, trova posto nella luce del Messia: la Sua fedeltà viene ricondotta al Suo significato più profondo, e la Sua storia viene custodita dentro un disegno più ampio, dove il centro è Yeshua.
Conclusione
V’Zot HaBerakhah lascia nel cuore una domanda che sa guarire, perché riordina le priorità: che cosa fai quando Dio ti concede di vedere con chiarezza, eppure ti chiede di restare sulla soglia? La Scrittura suggerisce una via concreta, fatta di fiducia e di maturità. In quelle stagioni la fede smette di misurarsi con il controllo e impara a respirare dentro i tempi di Dio.
Se oggi ti riconosci sul “Nebo”, la Parola ti invita a trasformare quella soglia in un luogo di benedizione. Mosè, prima di concludere il suo cammino, pronuncia benedizioni che restano come traccia per le generazioni (Deut. 33,1). È un gesto che libera: smette di trattenere, inizia a consegnare. Benedire, in questo contesto, significa guardare avanti con benevolenza, desiderare il bene di chi verrà dopo, scegliere parole che costruiscono invece di lasciare ferite aperte.
Se la tua stagione assomiglia a quella di Giosuè, la Parola ti chiede di camminare con una stabilità interiore che nasce dalla Torah. La promessa avanza quando la Parola viene custodita, meditata, portata nella vita quotidiana (Gios. 1,8). Il coraggio, allora, diventa la capacità di fare il passo giusto anche quando l’emozione oscilla, perché la presenza di YHWH resta il fondamento (1,9).
Se, infine, hai vissuto un momento di luce simile a quello dei discepoli sul monte, una grazia che ti ha mostrato qualcosa della gloria del Messia, il Vangelo ti aiuta a darle un esito sano. Quella luce non nasce per essere conservata come ricordo prezioso; nasce per diventare ascolto e sequela. «Ascoltatelo» (Mt. 17,5) indica una direzione semplice: lascia che ciò che hai visto si traduca in obbedienza concreta, nelle scelte di ogni giorno, nelle relazioni, nel servizio.
Ti invito a un passo pratico che unisce queste letture in un gesto solo:
- identifica una persona a cui puoi trasmettere qualcosa di buono in modo reale e misurabile. Può essere una parola che incoraggia, un tempo dedicato, un consiglio che nasce dall’esperienza, una responsabilità condivisa.
- In parallelo, guarda un ambito della tua vita in cui hai cercato di trattenere ciò che Dio ti ha fatto intravedere, e chiedi al Signore di trasformarlo in servizio.
La tradizione ebraica ricorda spesso che la grandezza di Mosè si riconosce nella sua capacità di servire e di consegnare, fino alla fine (Deut. 34,5-6). In quella stessa linea, il Regno cresce quando qualcuno entra nella Terra Promessa e cresce anche quando qualcuno, dalla soglia, ama abbastanza da benedire il futuro e affidarlo a Dio.