Introduzione
In un mondo segnato dalla sofferenza, la consolazione divina si accende come una luce di speranza. La parashah di oggi ci accompagna dentro il cammino di giustizia e di cura con cui Dio veglia sul Suo popolo, servendosi anche di strumenti concreti: intervento, ordine, responsabilità. Nella Haftarah e nella Besorah, questa consolazione si rivela ancora più chiaramente come atto salvifico, fino a compiersi nella promessa di Yeshua e del dono dello Spirito Santo. È una consolazione che non anestetizza il dolore, ma lo attraversa e lo redime, conducendo alla vita e alla comunione con Dio: non nella paura, ma in una speranza rinnovata.
La chiave di lettura della Parashah è dunque la consolazione divina, che percorre la storia del popolo di Dio e, insieme, la vita del credente. Nella sezione della Torah essa prende la forma di una responsabilità condivisa, esercitata sotto la supervisione del Signore. Nella Haftarah, invece, la consolazione si manifesta come iniziativa divina: un intervento che salva e trasforma la condizione del popolo. Ma è nella Besorah che essa raggiunge la sua massima rivelazione: Yeshua, YHWH incarnato, l’unità con il Padre e la promessa del Consolatore. E grazie all’opera salvifica ed espiatoria di Yeshua, la coppa dell’ira è stata tolta: si apre un nuovo inizio, eterno, nella piena comunione con Dio.
Parashah (Deut. 16,18–21,9)
La consolazione come segno di giustizia e presenza divina
In questa sezione troviamo una serie di norme che riguardano l’amministrazione della giustizia, l’aspetto cultuale e la vita comunitaria. Il testo si apre con l’istituzione dei giudici, gli shoftim (16,18-20). Dio non è indifferente alle ingiustizie: desidera che il Suo popolo viva in un contesto in cui la giustizia sia custodita. Per questo Egli osserva il male, prende posizione e stabilisce strumenti concreti per prevenirlo e contenerlo.
Molti dei precetti successivi si concentrano su situazioni di vulnerabilità: l’omicidio involontario, i testimoni falsi, gli accusati esposti al rischio di condanne ingiuste, e più in generale le persone colpite dal male o dalla violenza (19,1-19). In questi casi Dio provvede città di rifugio per chi ha commesso un omicidio involontario, pone limiti alla punizione e garantisce tutele processuali fondate sul principio dei «due o tre testimoni» (17,6; 19,15). Il quadro complessivo è chiaro: Dio protegge chi è fragile, indifeso o in pericolo.
È poi confortante sapere che Dio non permette al male di avere l’ultima parola. L’espressione «toglierai il male di mezzo a te», ripetuta più volte (17,7; 19,19; 21,9), indica che il male non è destinato a dominare la comunità del popolo di Dio. Questo orientamento genera speranza, preserva ordine e sicurezza e mostra che Dio non abbandona la comunità al caos morale.
Infine, Dio si prende cura anche dei dettagli della vita concreta. Troviamo indicazioni sulla guerra (20,1-20), sull’autorità (16,18; 17,8-20), sui rituali religiosi (17,1-13; 21,1-9) e sulle responsabilità civili (16,18-20; 17,8-13; 19,1-21; 21,1-9). Tutto ciò comunica un messaggio preciso: Dio si interessa della quotidianità, non lascia la comunità sola davanti ai problemi più dolorosi e offre vie praticabili per ricomporre e purificare ciò che è stato ferito.
Haftarah (Is. 51,12–52,12)
La consolazione di Dio nell’esilio
In questa porzione la consolazione diventa il tema dominante e si presenta con una densità sorprendente. Il brano si apre con una dichiarazione di straordinaria forza: «Io, io sono il tuo consolatore» (51,12). Dio si identifica come Consolatore di un popolo lontano dalla terra e privo del Tempio, cioè del luogo visibile della comunione. Proprio quando tutto sembra dire distanza e abbandono, Dio si avvicina, parla e agisce. Perciò Israele è chiamato a riconoscere che la paura non ha l’ultima parola. La storia non è nelle mani dei potenti di turno, ma nelle mani del Signore. Qui la consolazione assume i tratti della guarigione dallo scoraggiamento, della liberazione dall’oppressione e del recupero del coraggio (51,12-16).
Subito dopo la consolazione si traduce in un annuncio di svolta: la fine della sofferenza e dell’esilio (51,17-23). Gerusalemme ha «bevuto la coppa dell’ira», immagine della giustizia divina, perché il peccato non è mai neutro e l’idolatria spezza l’alleanza. Eppure, proprio lì, Dio annuncia il ribaltamento: la colpa è rimossa, la punizione è compiuta, il nemico non avrà più potere. La consolazione diventa così un capovolgimento storico: ciò che sembrava definitivo viene rovesciato dall’intervento di Dio.
Ma questa consolazione non produce passività. È un nuovo inizio che chiama il popolo a rialzarsi, a ritrovare dignità, forza e identità. In Is. 52,1-2 il linguaggio è quello del risveglio: «Svegliati, svegliati… rivestiti della tua forza… sciogliti dal giogo sul collo». La grazia non umilia anzi restituisce postura; e non spegne la responsabilità ma la riattiva. Dio consola per rimettere in piedi.
A questo punto la consolazione diventa annuncio di salvezza (52,7-10): la buona notizia proclamata, il “vangelo” che riassume l’orizzonte della restaurazione: «Il tuo Dio regna». Non è solo un messaggio interiore, ma una visione di mondo: Dio ristabilisce shalom e giustizia, ricostruisce ciò che è stato spezzato, rende di nuovo credibile la speranza.
Infine la sezione si chiude con l’invito a «uscire» e a «partire», in eco all’Esodo e alla liberazione dall’esilio (52,11-12). La consolazione...
- diventa azione: non restare nella schiavitù;
- diventa purificazione: «non toccate nulla d’impuro»;
- diventa protezione: «YHWH andrà davanti a voi e… sarà la vostra retroguardia».
La consolazione, in altre parole, non è solo parola detta: è una via aperta, un cammino reso possibile, una presenza che custodisce.
Besorah (Giov. 14,9-20)
La massima rivelazione della consolazione
In questa breve sezione troviamo la massima rivelazione della consolazione. Yeshua parla a discepoli turbati e smarriti davanti alla Sua imminente partenza, e non offre frasi di circostanza: dona certezze, fondamenti, ancore. Alla richiesta di Filippo, risponde con parole che capovolgono ogni idea di un Dio distante: «Chi ha visto Me, ha visto il Padre» (vv. 9-11). Questa è la consolazione più radicale: Dio non resta invisibile e irraggiungibile, ma si rende riconoscibile in Yeshua. Nel Suo volto, nelle Sue parole e nelle Sue opere, il Padre si manifesta in modo pieno e affidabile.
Subito dopo, la consolazione assume la forma della preghiera esaudita (vv. 13-14). Yeshua non si ritira lasciando un vuoto; continua a operare e a guidare, e il credente ha accesso al Padre attraverso il Figlio. La preghiera nel «nome di Yeshua» diventa il segno di una relazione viva e continua: non una "formula magica", ma un’adesione alla Sua persona e alla Sua volontà. È consolante sapere che, anche quando le circostanze tremano, l’accesso a Dio non è interrotto.
Ma la promessa si fa ancora più concreta: Yeshua annuncia «un altro Paraclito» (vv. 16–17), cioè un Consolatore, Difensore, Avvocato. È la Persona dello Spirito Santo, lo Spirito di verità, che non visita soltanto, ma rimane; non si limita a sostenere dall’esterno, ma dimora nel credente. Qui la consolazione diventa presenza stabile: Dio non si limita a parlare soltanto, dimora nel credente. E proprio attraverso lo Spirito Santo la comunione con Dio si approfondisce, la santità diventa un cammino reale e la volontà di Dio non appare più come un peso impossibile, ma come una direzione accompagnata e resa praticabile.
Infine Yeshua consola in modo decisivo: «Non vi lascerò orfani; ritornerò da voi» (v. 18). E aggiunge: «perché io vivo e voi vivrete». La risurrezione diventa sorgente di vita già nel presente e garanzia della vita futura. La consolazione raggiunge il suo culmine in una frase che riassume tutto il mistero della comunione:
In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi» (v. 20)
Non c’è consolazione più alta e durevole di questa verità, quando la si accoglie e la si fa propria: la presenza dello Spirito Santo in noi trasforma la consolazione in vita concreta e in comunione che nessuna prova e nessuna persecuzione possono spezzare. In Yeshua siamo un solo Corpo, la Kehillah, e il nostro Dio regna.
Conclusione
Abbiamo visto, in Deuteronomio, Isaia e Giovanni, la consolazione divina come guarigione dell’anima e balsamo per i cuori afflitti. Sapere che Dio è pronto a risollevarci quando cadiamo e veniamo meno non è un’idea astratta: è una certezza che sostiene. Dio tende la mano; a noi spetta afferrarla, con fede e umiltà.
Eppure questa consolazione non elimina la responsabilità. Il Signore si aspetta da noi solidarietà e senso comunitario, perché la vita del popolo di Dio non scivoli nel disordine. Egli è presente nella vita reale e veglia, anche attraverso strumenti concreti e ministri preposti, affinché la giustizia sia applicata con rettitudine e il male non abbia il sopravvento.
E se dovessimo cadere, impariamo a leggere anche la disciplina di Dio non come una condanna definitiva, ma come un atto d’amore che corregge e riporta alla vita. In Isaia, Dio Consolatore annuncia al popolo la fine della punizione e l’apertura di un ritorno: un nuovo inizio che chiede partecipazione. Siamo chiamati, dunque, a rialzarci, a rivestirci di forza, a scioglierci dal giogo dell’errore e a uscire dalla schiavitù del peccato.
Tutto questo è possibile grazie a Yeshua: per la Sua opera di redenzione e per l’azione del Consolatore promesso, lo Spirito Santo, che ci guida nella verità e ci mantiene uniti a Dio come membra di un unico Corpo, la Kehillah. Egli opera in noi una trasformazione reale, rendendoci sempre più conformi al Messia, e alimenta la speranza di entrare nella Terra Promessa senza più la paura di essere respinti o cacciati fuori.
Concludo con queste parole:
Del resto, fratelli, rallegratevi, ricercate la perfezione, siate consolati, abbiate un medesimo sentimento, vivete in pace; e il Dio d'amore e di pace sarà con voi. La grazia del Signore Yeshua Messia e l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2 Cor. 13,11.14).
Ascolta la Parashah di Daniele Salamone del 18/08/2023